di Christian Elia di peacereporter

Il cadavere di Daif al-Ghazal, giornalista libico di 32 anni, è stato ritrovato il 2 giugno scorso in una discarica alle porte della cittadina di Bengasi, in Libia. Il corpo del giovane cronista era in avanzato stato di decomposizione e presentava i segni evidenti delle torture subite. La causa della morte è il colpo di pistola alla testa, ma Daif era stato torturato a lungo e, come un lugubre avvertimento, le dita delle mani erano state tagliate.

Non scriverà più
Le mani di Daif e il suo lavoro. Scrittore e giornalista. Secondo la ricostruzione di Libya Watch, l'organizzazione che si batte per il rispetto dei diritti umani in Libia e che ha sede a Londra, al-Ghazal è stato sequestrato il 21 maggio scorso da due uomini armati. Il giornalista si trovava in macchina con Mohammed al-Mirghani, un amico e collega, che ha raccontato di come i due uomini abbiano prima costretto la loro macchina a fermarsi e, subito dopo, abbiano fatto scendere Daif e lo abbiano costretto a seguirli. I due uomini si sono qualificati come agenti dei servizi segreti libici. La famiglia di Daif, allarmata dall’assenza di notizie, dopo qualche giorno si è rivolta alle autorità per ottenere informazioni, ma nessun organo statale aveva notizia di una inchiesta a carico del giornalista o tanto meno di un suo arresto. Sparito nel nulla insomma, fino al ritrovamento del suo cadavere il 2 giugno scorso. I genitori di Daif hanno chiesto un’indagine approfondita per individuare i responsabili dell’omicidio e anche la Fondazione Gheddafi per i Diritti Umani, presieduta da uno dei figli del Colonnello, si è impegnata per chiedere un’inchiesta accurata.

Verità scomode
Ma chi era Daif al-Ghazal? Nonostante la giovane età, il giornalista aveva molta esperienza. Aveva lavorato per 10 anni presso il quotidiano al-Zhaf al-Akhdar (La marcia verde), un organo di stampa vicino al regime di Gheddafi, e per l’organizzazione del Movimento dei Comitati Rivoluzionari, un gruppo politico e culturale che si occupa della diffusione delle idee del Colonnello. Al-Ghazal, nel 2003, aveva abbandonato il movimento e aveva deciso di non scrivere più nulla fino a quando non ci fosse stato un segnale chiaro di cambiamento. L’obiettivo della polemica del giornalista, oltre che dei suoi articoli, era la corruzione tra le fila del Movimento dei Comitati Rivoluzionari. L’anno scorso, Daif ha lanciato un appello agli intellettuali libici e alla società civile del suo Paese per combattere la corruzione dilagante nei meccanismi della burocrazia del potere in Libia. Per questo, a marzo dell’anno scorso, era stato anche arrestato. I mandanti del suo omicidio potrebbero quindi nascondersi tra le fila del Movimento nel quale al-Ghazal aveva militato e il ministro della Giustizia libico ha annunciato che le indagini si muoveranno in tutte le direzioni e, pur non lasciando trapelare nulla, non ha nemmeno smentito le voci a riguardo.

Poche speranze
“Pur notando dei passi avanti negli ultimi anni in Libia rispetto al passato, soprattutto per il nuovo corso del regime, sono scettico rispetto a una soluzione chiara dell’inchiesta”, dichiara Farid Adly, un giornalista libico che vive e lavora da anni in Italia, “temo che sia passato troppo tempo dalla scomparsa di al-Ghazal e questo mette a rischio l’autenticità delle prove. Certo questa è una grande occasione per la magistratura libica: può dare un segnale forte di cambiamento e d’indipendenza rispetto al passato”.
Ma un’idea sui motivi dell’omicidio se la sarà fatta però? “Credo che al-Ghazal avesse colto nel segno con i suoi articoli sulla corruzione”, racconta Farid, “anche perché parlava di un mondo che conosceva molto bene avendone fatto parte. Probabilmente è rimasto vittima di uno scontro interno al Movimento e, visto che parlava con cognizione di causa, faceva paura. I personaggi chiave dell’inchiesta sono due e, rispetto all’esito dell’inchiesta, molto dipende da loro. Uno è l’amico che si trovava con il giornalista in macchina e che è un testimone oculare. L’altro è la persona che passava la informazioni a Daif. Lui sa e se parla tutto potrebbe chiarirsi”.
La sorte toccata ad al-Ghazal non lascia molte speranze in questo senso, tanto quanto il caso della sparizione di Abdel Razak al-Mansouri, attivista e scrittore libico scomparso al Cairo il 12 gennaio scorso e del quale non si hanno più notizie da allora. Al-Mansouri è stato rapito mentre usciva da un albergo della capitale egiziana nel quale si teneva un congresso sul rispetto dei diritti umani nel mondo arabo. Al-Mansouri non aveva mai risparmiato attacchi violenti al regime di Gheddafi, ma il governo libico ha seccamente smentito ogni ipotesi di coinvolgimento nel rapimento. Poche speranze di saperne di più quindi, anche perché la stampa in Libia è tutta di proprietà statale e questo non aiuta la libera circolazione delle informazioni. L’assenza della voce di al-Ghazal complica ancora di più le cose.