[Libri] Ilan Pappe: storia della Palestina moderna. Un territorio, due popoli

da jerusalemites

In questo magistrale studio, Ilan Pappe si rivolge alla storia della Palestina, una terra abitata da due popoli con identità nazionali distinte. Il libro parte dal periodo ottomano, iniziato nel XIX secolo, durante il regno di Mohamed Alì, e traccia un percorso che va dall'arrivo dei primi sionisti – alla fine del XIX secolo – , al mandato britannico – all'inizio del XX secolo – la creazione dello stato di Israele – nel '48 – e successive guerre e conflitti, che culminano nell'Intifada del 1987 e del 2000. Questi eventi costituiscono lo sfondo della narrazione, e spiegano l'evoluzione dei nazionalismi sionista e palestinese, la parte centrale tratta coloro che hanno vissuto quei tempi – uomini, donne e bambini, paesani, lavoratori, cittadini, giudei e arabi. Questa è una storia di coesistenza e cooperazione, e soprattutto di oppressione, occupazione ed esilio.

[Iraq] Lettere di guerra

Confessioni, diari, e-mail. I soldati americani in Iraq scrivono alle famiglie. Senza censure. E per la prima volta raccontano la loro verità. In un libro che negli Usa è già cult.

D di Repubblica, 9 dicembre 2006

[Libri] Yasmina Khadra: "L'indicibile si chiama Palestina"

di Geraldina Colotti per il manifesto

Lo scrittore algerino Yasmina Khadra, al secolo Mohammed Moulessehoul, parla del suo ultimo romanzo, «L'attentatrice», storia di una kamikaze e di un medico palestinese, cittadino di Israele: un uomo diviso costretto a un viaggio verso una impossibile conciliazione «Quando eminenti scrittori israeliani giustificano la costruzione del Muro e osannati filosofi francesi plaudono alla politica del cannone condotta da Israele, più che a uno scontro di civiltà penso a un cortocircuito dell'intelligenza».

Con il suo vero nome, lo conoscono in pochi, ma con lo pseudonimo di Yasmina Khadra, lo scrittore algerino Mohammed Moulessehoul, è noto in tutto il mondo. Nato nel Sahara algerino 51 anni fa, ha al suo attivo una decina di romanzi di successo, che indagano la realtà del mondo arabo e l'universo dell'integralismo islamico. Un punto di vista privilegiato, il suo. Ufficiale di carriera fino al 2000, è stato infatti in prima linea nel sanguinoso conflitto interno che, per sette anni, ha opposto il governo agli integralisti, provocando circa 150.000 morti. Nel 2001, a un mese dall'11 settembre, (Khadra aveva appena lasciato l'esercito per la letteratura, svelando al pubblico la sua vera identità), lo avevamo raggiunto per Alias nella sua casa di Aix-en Provence in Francia, dove adesso vive. Torniamo a intervistarlo in occasione del Festival di Mantova, a cui lo scrittore parteciperà (domani alle 11,15 al Campo Canoa con Fabio Gambaro), per presentare il suo romanzo, L'Attentatrice, edito da Mondadori. Un romanzo duro e avvincente, che per portare il lettore nel pieno del conflitto tra Israele e Palestina ha scelto uno sguardo e una trama spiazzante. In una Tel Aviv benestante e colta, un chirurgo palestinese, naturalizzato israeliano, al culmine del successo, vive felicemente con la moglie, incurante della cortina di razzismo che lo circonda, in quanto arabo di Israele. Finché, al termine di una giornata trascorsa a soccorrere i feriti di un attentato suicida, scopre che la kamikaze è sua moglie. Cosa spinge una giovane donna agiata, serena, e non praticante a farsi esplodere in un fast food di Tel Aviv? In un vorticoso gioco di ruoli, il lettore cercherà di comprenderlo seguendo l'affranto chirurgo passare al di là del Muro.

[Libia] Gheddafi scrittore

FUGA ALL’INFERNO
e altre storie
375di Muhammar Gheddafi
Introduzione di Valentino Parlato
manifestolibri

Conoscevamo il Gheddafi provocatore, arringatore di folle, profeta; qui ci si rivela, in una dozzina di sorprendenti novelle, un Gheddafi scrittore e poeta, dalla personalità complessa e profondamente riflessiva. In queste storie, tra favola moderna e parabola morale, emerge, forse più che nei suoi interventi politici, il carattere particolarissimo di questo personaggio del nostro tempo, tanto attento alle trasformazioni portate dalla modernità quanto legato all’antica cultura beduina con le sue radici nomadi e con il suo attaccamento alla natura solitaria del deserto.

[Libri] Al Zarqawi, storia e mito di un proletario giordano

zarqMaledetta la terra che ha bisogni eroi, e maledetta la terra che ha bisogno di demoni per affermare la propria egemonia.
"La storia di al-Zarqawi e di molti suoi seguaci dovrebbe farci capire che, più della guerra e della repressione, i governi devono attuare politiche preventive. È necessaria innanzitutto una politica della verità, di una verità provata dai fatti, in grado di farci comprendere meglio la natura e le motivazioni del movimento jihadista e della sua ideologia."

«Oggi in Iraq agisce una micidiale rete terroristica comandata da Abu Mussab al-Zarqawi, luogotenente di bin Laden.» Nel febbraio 2003, con queste parole il segretario di Stato americano Powell apre un nuovo capitolo della lotta al terrorismo globale: l’amministrazione Bush prepara la crociata contro lo stato canaglia di Saddam. Oggi sappiamo che quell’informazione era falsa. Come sappiamo che in quel momento è nato il mito mediatico più potente e duraturo del dopo 11 settembre: il mito di al-Zarqawi. I primi a stupirsi che il suo nome venga citato insieme a quello di bin Laden sono proprio gli integralisti islamici: sono centinaia gli uomini come al-Zarqawi, impegnati nella jihad e con una certa attitudine al comando. Inoltre, lui non ha “curriculum”, gli mancano le relazioni, date le origini proletarie e la mancanza di cultura. Per non parlare dei supporti finanziari. Chi è dunque al-Zarqawi? Cresciuto in Giordania, a Zarqa, in un quartiere dove si mescolano criminalità, valori tradizionali e cultura consumista, finisce giovanissimo in carcere per reati comuni. Ed è lì che riceve il primo indottrinamento alla jihad, che individua la strada per il riscatto sociale: diventare un combattente islamico. In Afghanistan prima, in Pakistan poi, cerca di unirsi ai mujaheddin, ma solo tornato in Giordania fonda un gruppo jihadista clandestino. Nuovamente arrestato, ora non è più un criminale qualunque. Cinque anni di torture fisiche e psicologiche compiono su di lui la trasformazione finale: si tempra nel corpo e nello spirito, impara a memoria il Corano, diventa punto di riferimento per gli altri detenuti, si prepara a essere un capo. Uscito di prigione vaga per le zone calde e organizza un campo di addestramento vicino al confine iraniano. Il primo incontro con bin Laden avviene nel 2000, a Kandahar, ma i tempi non sono maturi per un’alleanza: il principe saudita ha una visione globale e antimperialista della jihad; al-Zarqawi pensa ancora a una guerra locale contro i regimi arabi corrotti. Nel 2003, con l’Iraq che attende ormai l’invasione statunitense, l’uomo di Zarqa, che si è preparato tanti anni a dar battaglia, ha trovato il paese che fa per lui. Ora solo bin Laden può legittimare la sua autorità davanti alla popolazione sunnita del paese. Il momento dell’accordo è giunto.

Genocidio in Libia, italiani brava gente

di di Eric Salerno

Prefazione a Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell'avventura coloniale italiana, ManifestoLibri, 14 €

Italiani brava gente? Oltre un quarto di secolo è trascorso da quando fu pubblicato Genocidio in Libia, una ricerca su alcuni aspetti del colonialismo italiano in Libia. Gli storici di professione, in questi anni, hanno scoperto e divulgato altri particolari (dove modificavano la sostanza degli eventi, sono stati integrati in questa nuova edizione) e una parte della nostra società è stata capace di riconoscere le colpe di quell’Italia, tra Giolitti e Mussolini, anche in Etiopia, Eritrea e Somalia. Ma il mito dell’Italiano Buono, portatore di Civiltà, non è del tutto scomparso. Anzi. Assomiglia, quando viene evocato, alle giustificazioni del presidente americano, George W. Bush, quando giustifica l’invasione dell’Iraq con la necessità di portare la democrazia occidentale tra chi non l’ha mai sperimentata. Assomiglia alle parole dei crociati moderni contro l’Islam, a chi insiste per sottolineare gli aspetti positivi, illuministici del Cristianesimo nella storia dell’Europa dimenticando, e cito soltanto due tragici imperdonabili prodotti della società cristiana, l’Inquisizione e l’Olocausto.

Migrazioni globali

di Sandro Mezzadra e Maurizio Ricciardi apparso il 10 maggio 2005 su il Manifesto

sbarre1. Da poco uscito per la casa editrice il Mulino, il libro a cura di Tiziana Caponio e Asher Colombo, Migrazioni globali, integrazioni locali (pp. 330, ? 18, 50) è un'ottima occasione per fare il punto sui risultati di un'ambiziosa operazione editoriale e scientifica, avviata nel 2002 nel quadro delle attività dell'Istituto Cattaneo di Bologna. Migrazioni globali, integrazioni locali è infatti il terzo volume della collana «Stranieri in Italia», che si propone di presentare con cadenza annuale una selezione delle ricerche empiriche svolte sull'immigrazione nel nostro paese. La selezione, come sempre, è tutt'altro che neutra: ed è anzi, del tutto legittimamente, funzionale alla costruzione di un paradigma scientifico "normale" di analisi dei movimenti migratori.

Zone defininitivamente temporanee

di Federico Rahola
Il nostro tempo - il suo moderno imperialismo militare, le ambizioni quasi teologiche dei suoi governanti dispotici e totalitari - è il tempo dei rifugiati, dei profughi, dell'immigrazione di massa.
(Edward Said, Reflections on exile)

centroFonti dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati valutano che durante tutti gli anni Novanta il numero di sfollati sia quasi triplicato. Pur non disponendo di dati precisi, si calcola che nel 1999 vi fossero "in non meno di 40 paesi, oltre 20 milioni di soggetti strappati alle loro case dalla guerra o da violazioni dei diritti umani"[1]. Oggi, nello stato di guerra permanente in cui è precipitato l'"ordine" mondiale, quella cifra appare destinata ulteriormente a salire. E se a questa quota si sommano i profughi ammassati immediatamente fuori dai confini nazionali "di pertinenza", gli oltre 12 milioni di "aspiranti" rifugiati sparsi dappertutto cui in un passato prossimo che sembra lontanissimo sarebbe stato riconosciuto un diritto d'asilo (per non parlare poi dei migranti che costituiscono materialmente e soprattutto soggettivamente ciò che con una certa riduttività nominalistica si descrive come "nuova divisione internazionale del lavoro"), il dato che si ottiene restituisce intero, al di là della semplice grandezza numerica,[2] il fenomeno che con ogni probabilità sintetizza meglio la dimensione politica di fondo del presente: l'esistenza di una massa enorme e continuamente crescente di individui "fuori posto", la maggioranza dei quali - questo l'aspetto essenziale - in eccesso rispetto a ogni possibile territorio e molto difficilmente "ri-territorializzabili", perché definitivamente al di là di ogni dimensione univoca di appartenenza.

[Libri] Il giornalismo arabo, di Augusto Valeriani

di Alessandro Di Rienzo

L'attenzione post bellica dell'occidente si posa sui media. Perso il monopolio della narrazione planetaria e della seguente interpretazione del più grande spazio pubblico mai esistito, studiosi, giornalisti occidentali osservano i media arabi. Nel volume di Augusto Valeriani "Il giornalismo arabo, dal suq al satellitare" (Carocci, 128pp 9 euro), catalizzatore dell'attenzione è la tv del Qatar Al Jazeera (l'isola), alla quale ha fatto seguito la concorrente Al Arabya (l'araba).