di Alessandro Di Rienzo
Quando l'opportunismo di Yasser Arafat spianava la strada allo sbeffeggiamento periodico della comunità internazionale verso la causa palestinese la lungimiranza morale e politica di George Habash ("al Hakim", il saggio), per quanto minoritaria, segnalava sempre ciò che sarebbe dovuto essere giusto per la Palestina.
Socialista e rivoluzionario dopo la disfatta del 1967, George Habash fu convinto della necessità di condurre fino alla fine la lotta per la riconquista della patria perduta. Aggettivato dagli storici e dai media come l'uomo del perenne rifiuto ha sempre respinto i compromessi che hanno di fatto poi danneggiato la Palestina.
Nato a Lydda nel 1926 in una famiglia cristiana di rito greco-ortodosso, ventiduenne fu cacciato con i parenti dalla terra natale. A Beirut è divenne medico alternando l'attivata di studente a quella di agitatore politico. La prima militanza fu nel MNA (movimento nazionalista arabo), una formazione composta da quell'intellighenzia iraqena, siriana, kuwaitiana, giordana che in Libano trovava terreno fertile per l'emancipazione politica. Nel 1957 è in Giordania a tentare di dare organizzazione ai profughi palestinesi. Picchiato, arrestato dal regime giordano rinunciò alla vita politica pubblica per la clandestinità quando entrò in vigore la legge marziale nel 1957. la prima condanna fu proprio in Giordania, 33 anni per attentati attribuiti al MNA.
La città di Damasco gli consentì il primo esilio politico, ma il nazionalismo panarabo non lo rese sicuro nemmeno in Siria. Cinque anni dopo il ritorno a Beirut dove arrivò l'urgenza del marxismo e quindi la nascita del FPLP: Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.
Ma Habash se da una parte suscitava simpatia tra militanti e popolo dall'altra provocava contrarietà di tutti i leaders e statisti arabi. Poco incline al compromesso annusava l'apparente strumentalità di chi solo in parvenza supportava i palestinesi. Arriverà poi ad attaccare anche Ahmed Nasser dopo che questo aderì al ridispiegamento militare voluto dal piano Roger. Senza un pelo sulla lingua fu scomodo a tutti coloro che ragionavano solo per il mantenimento dell'egemonia dentro i propri confini nazionali, così gli fu impedita l'agibilità anche a Damasco, due anni di galera siriana dal 1968.
Ed ecco allora che "la strada per Tale-Aviv passa per Amman e Beirut", la rivoluzione è culturale e poco importa se dall'Unione Sovietica proviene un appoggio intermittente e i paesi arabi e Arafat osteggiano le iniziative di liberazione del FPLP.
Nuovamente ad Amman nel 1969 la sua resistenza sfiora il situazionismo con la pioggia di aerei dirottati e di alberghi occupati. Il deserto di Zarka (Giordania) grazie ai fari di qualche jeep e a una decina di bidoni carichi di benzina incendiata divenne l'aeroporto rivoluzionario palestinese, aerei internazionali lì atterrarono, convogli dell'El Al furono presi di mira in quanto tacciati di fornire supporto militare all'entità sionista, i turisti di Amman soggiornano forzatamente nelle camere di un albergo; una lettera di Habash spiega loro che quel piccolo momentaneo disagio è poca cosa rispetto chi è cacciato dalla propria casa e vive tutti i giorni in un campo profughi senza acqua e assistenza.
Queste operazioni nel settembre 1970 provocarono l'ira del re Hussein. L'esercito giordano assalì i fedayins. È la prima guerra civile araba contemporanea sul fronte antisraeliano. Via dalla Giordania la resistenza ripiega su Beiruit.
È l'ottobre del 1973 e Habash si dimette dal comitato esecutivo dell'OLP in disaccordo con la conferenza di pace a Ginevra. Rientra nell'OLP cinque anni dopo per osteggiare Arafat che comincia a paventare soluzione transitorie per il popolo palestinese. La guerra in Libano chiude la fase della “dolce resistenza”, l'agibilità dei palestinese è ridimensionata ulteriormente in qualunque angolo del mondo arabo, Arafat esercita la sua egemonia nell'OLP moderando a poco a poco la linea affinché gli Usa accettino di sedersi al tavolo delle trattative con una rappresentanza palestinese. Habash contesta questa politica ma evita ulteriori rotture. Spiega che la conferenza di Madrid è un bleff e decide di riguardare il re Hussein negli occhi per dirgli che si sta rendendo complice della prima guerra del golfo. A differenza di Arafat condanna ugualmente l'invasione iraqena del Kuwait come l'intervento americano. Da Amman mette in guardia il servilismo arabo: "Abbiamo il dito sul grilletto per aprire il fuoco sugli interessi americani ed occidentali".
Gli israeliani gli hanno sempre imputato il finanziamento dell'operazione rivendicata dalla Red Army giapponese che nell'aeroporto di Tel Aviv fece fuori 26 uomini nel 1972. Gli agenti del Mossad nel 1973 dirottarono un aereo che da Beirut andava a Bagdad nel tentativo di trovarlo.
Malato, Habash ha evitato negli anni novanta apparizioni pubbliche curando gli interessi di una sua casa editrice. L'agibilità politica nelle capitali arabe è andata sempre declinando per le dissonanze politiche palestinesi; preziosa merce di scambio per la sopravvivenza dei vari regimi al cospetto di Israele e Stati Uniti.
Oggi George Habash sembra essere l'unico capo storico del Fronte Popolare ad essere morto per cause naturali, un primato per chi ha sopravvissuto alla guerra con il sionismo e l'occidente, e allo stesso tempo al metamorfismo dei leaders arabi.


