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14 July 2026

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[Regno Unito] Il boia e il socio, come Londra finanzia con il commercio la pena di morte contro i palestinesi

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[Europa] Il prezzo del dissenso: così il Regno Unito criminalizza la protesta politica

Era quasi inevitabile che il sostegno attivo del governo britannico al massacro di civili a Gaza portasse a una stretta autoritaria senza precedenti sul dissenso interno. Questo clima ha raggiunto il suo apice quando la Corte d’Appello, secondo tribunale più alto del Regno Unito, ha confermato la classificazione di Palestine Action come organizzazione terroristica. La necessità di soffocare l’opposizione alla complicità britannica nelle atrocità israeliane, definite genocidio da un ampio consenso di esperti legali e organizzazioni per i diritti umani, ha prodotto precedenti inediti nella storia giuridica del paese. Tra questi, la messa al bando del gruppo rappresenta il passaggio più significativo e potenzialmente pericoloso.

Un precedente giuridico senza eguali

È la prima volta che un gruppo di azione diretta, impegnato in forme di disobbedienza civile basate sul danneggiamento di proprietà e non sulla violenza contro le persone, viene equiparato a organizzazioni come Al-Qaeda o ISIS. Una simile interpretazione della legge implicherebbe che anche movimenti storici come quello delle Suffragette sarebbero stati classificati come terroristi. Palestine Action ha sempre rivendicato di evitare azioni contro individui, concentrandosi su obiettivi simbolici come le fabbriche britanniche di Elbit Systems, azienda israeliana coinvolta nella produzione di droni utilizzati a Gaza. Il gruppo giustifica le proprie azioni come risposta a un obbligo morale e giuridico di prevenire crimini internazionali.

Il processo e le sue anomalie

Il procedimento giudiziario contro gli attivisti, noto come processo di Filton, si è distinto per una serie di anomalie. I sei imputati erano accusati di reati legati all’irruzione in una fabbrica di droni a Bristol nel 2024, ma il processo è stato utilizzato anche per rafforzare la narrativa governativa. Il giudice Jeremy Johnson ha imposto forti limitazioni alla difesa, vietando riferimenti alle motivazioni politiche degli imputati e impedendo alla giuria di conoscere il principio del cosiddetto “jury equity”, che consente di assolvere per ragioni di coscienza. Anche la gestione delle prove e delle testimonianze ha sollevato interrogativi sull’equità del procedimento, contribuendo a delineare un quadro percepito da molti osservatori come fortemente sbilanciato.

La svolta repressiva e i rischi futuri

Dopo un primo processo senza verdetti definitivi, un secondo procedimento ha portato alla condanna di quattro attivisti per danneggiamento di proprietà. Tuttavia, l’elemento più controverso è stato l’inserimento di una “connessione terroristica” nella fase di sentenza, che ha aggravato significativamente le pene. Questa decisione apre un precedente inquietante: consente allo Stato di trattare come terrorismo anche forme di protesta civile, indipendentemente dal giudizio della giuria. In un contesto in cui si discute anche della riduzione del ruolo delle giurie nei processi, il rischio è quello di un rafforzamento strutturale degli strumenti repressivi. Organizzazioni come Amnesty International hanno denunciato la misura come un abuso delle leggi antiterrorismo, avvertendo che potrebbe essere utilizzata in futuro per colpire altri movimenti di protesta.

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