Un’inchiesta del magazine +972, realizzata insieme a Local Call, rivela come l’esercito israeliano stia utilizzando droni commerciali cinesi, principalmente il modello EVO prodotto da Autel, per colpire i palestinesi nelle aree di Gaza che vuole spopolare. Sette soldati e ufficiali israeliani intervistati descrivono l’uso sistematico di questi droni, modificati con un accessorio militare (noto come “iron ball”), per sganciare manualmente bombe a mano su civili, incluso bambini, sia per allontanarli dalle loro abitazioni che per impedirne il ritorno in zone evacuate.
I droni, pensati per uso fotografico, sono acquistabili per circa 3.000 dollari, molto meno costosi rispetto ai modelli militari, ma facilmente adattabili per l’uso bellico. I soldati raccontano che chiunque entri in aree designate come “off-limits” dall’esercito può diventare bersaglio di questi attacchi, con l’obiettivo dichiarato di segnare confini invisibili con il sangue e “insegnare”, tramite la violenza, quali zone sono proibite. Frequentemente, le vittime sono individui disarmati e, secondo le testimonianze, intercettati anche a chilometri di distanza dalle truppe israeliane, riconosciuti come innocui dai soldati stessi.
Una caratteristica agghiacciante dei racconti è il destino delle vittime: i corpi, spesso non recuperati, vengono lasciati tra le macerie a disposizione dei cani randagi, mentre i soldati osservano le immagini catturate dai droni. Gli attacchi sono diretti anche contro bambini: almeno un caso riferito vede un ragazzino ucciso solo per essersi avvicinato a una zona proibita, un altro per aver pedalato in una zona sorvegliata dal drone.
Oltre al contenimento e all’intimidazione della popolazione, i droni EVO rappresentano per l’esercito israeliano una soluzione economica e facilmente accessibile, soprattutto se paragonata ai costosi droni militari come l’Elbit Hermes 450. Nei primi mesi della guerra, la scarsità di droni tra i soldati fu colmata da raccolte fondi, spesso con il contributo diretto di privati israeliani e statunitensi.
Col tempo, l’esercito ha iniziato a fornire direttamente droni Autel alle truppe. Inizialmente impiegati per ricognizione, oggi la maggioranza delle unità di terra li utilizza armati con granate. I droni hanno ampliato il raggio d’azione delle cosiddette “kill zones”, aree dove chiunque venga avvistato viene colpito, senza possibilità di appello. Questi confini non sono segnati sul terreno, ma definiti arbitrariamente dai comandi militari e applicati con beneficio di violenza esemplare. Chi cammina “troppo piano” o “troppo veloce”, secondo le testimonianze dei soldati, viene considerato sospetto.
Le testimonianze dei residenti di Gaza raccolte nel reportage confermano la natura intimidatoria e sistematica di questi attacchi: molti sono fuggiti dopo aver visto droni sganciare esplosivi su tende e abitazioni, o su persone in cerca di aiuti umanitari. Da Shuja’iyya a Jabalia, dalla zona di Rafah a Khan Younis, il reportage documenta una strategia precisa: svuotare interi quartieri palestinesi e impedirne il ripopolamento attraverso la violenza dronizzata.
Alla base c’è una strategia che mira a spostare due milioni di persone verso sud, ammassandole inizialmente ad al-Mawasi e poi, secondo i progetti annunciati dai vertici politici e militari israeliani, sulle rovine di Rafah. Il reportage di +972 e Local Call documenta così un nuovo livello di controllo e repressione all’interno della Striscia, reso possibile dalla combinazione di tecnologia di largo consumo, finanziamenti civili e una dottrina militare che punta all’intimidazione di massa anche con mezzi a basso costo.

