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16 January 2026

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[Gaza] Anche gli aiuti umanitari dal cielo producono vittime

Imad Kudaya, giornalista locale del sud di Gaza, ha dichiarato che la maggior parte dei pacchi di aiuti sganciati con i paracadute è finita in zone demilitarizzate: aree evacuate e sotto controllo israeliano dove, secondo Kudaya, “se ci vai, rischi davvero moltissimo”. La testimonianza diretta di Kudaya, raccolta dalla BBC, mette in luce il dramma quotidiano dei civili che, costretti dalla fame, devono avventurarsi in territori pericolosi dove la loro sicurezza non può essere garantita, pur di tentare di racimolare quanto è stato lanciato dall’alto.

Il rischio di esporsi al fuoco o a esplosioni in zone instabili non è teorico: nelle ultime 24 ore, la crisi a Gaza ha segnato nuovi lutti. Secondo dati diffusi dal ministero della salute gestito da Hamas, oltre 100 persone sono morte a causa della malnutrizione solo negli ultimi giorni – e la situazione rimane critica, aggravandosi di ora in ora. Alle vittime della fame, si sommano quelle degli attacchi: fonti mediche e testimonianze raccolte dalla BBC riferiscono che almeno nove persone sono state uccise e 54 ferite dal fuoco israeliano nei pressi del Corridoio Netzarim, lungo Salah al-Din Street, in una delle aree in cui era atteso il passaggio dei convogli umanitari ONU. Più di un attacco si è verificato in prossimità delle presunte “pause umanitarie”: un raid aereo ha colpito un condominio residenziale a meno di un’ora dall’entrata in vigore dello stop ai combattimenti. A confermare la precisione degli eventi sono state le verifiche incrociate dei reporter BBC sul campo e il lavoro di geolocalizzazione di BBC Verify. Le cause delle morti, così, si sovrappongono: tra chi cade per la fame e chi per i proiettili, mentre tenta semplicemente di recuperare un sacco di farina.

La gravità della crisi umanitaria non sfugge alle Nazioni Unite né alle loro agenzie specializzate. Il World Food Programme dell’ONU stima che un terzo dei due milioni di abitanti della Striscia di Gaza non riesca a mangiare per giorni di fila e uno su quattro viva “condizioni assimilabili a carestia”. Tom Fletcher, alto responsabile degli aiuti dell’ONU, ha dichiarato che i primi segnali di apertura israeliana ai corridoi umanitari rappresentano”un inizio di progresso”, ma che “sono necessarie enormi quantità di aiuti per scongiurare una carestia e una crisi sanitaria catastrofica”. Anche Unicef si è espressa chiaramente: i lanci aerei – per quanto mediaticamente visibili – non bastano. La vera necessità resta quella di aprire corridoi terrestri sicuri e costanti. Le agenzie umanitarie internazionali hanno ribadito la loro permanente disponibilità a organizzare missioni di soccorso, a gestire i convogli e a distribuire cibo e farmaci, se solo le condizioni sul terreno e le scelte governative lo permettessero.

Proprio su queste ultime si concentra la polemica sollevata dal premier israeliano Benjamin Netanyahu contro le Nazioni Unite. Netanyahu ha più volte accusato l’ONU di “scaricare ingiustamente la colpa della crisi” sulle spalle di Israele. Nei suoi ultimi interventi, il capo del governo israeliano ha dichiarato che “sono sempre esistiti percorsi sicuri, ma ora è ufficiale”, sottolineando come la sospensione dei combattimenti in alcune zone per dieci ore al giorno e l’attivazione di corridoi per i convogli internazionali siano la dimostrazione della volontà di consentire la distribuzione degli aiuti. Tuttavia, di fronte ai resoconti di medici, operatori umanitari e residenti, che documentano scene di caos e pericolo mortale per i civili, l’affermazione di Netanyahu trova poco riscontro nella realtà vissuta quotidianamente sul terreno.

Nel frattempo, la posizione delle Nazioni Unite è rimasta improntata alla massima disponibilità: l’ONU ribadisce il proprio impegno costante per gestire e consegnare gli aiuti umanitari, anche nel pieno di una situazione logistica e di sicurezza drammatica. David Lammy, ministro degli Esteri britannico, ha sottolineato che “sebbene i lanci aerei aiutino a mitigare le peggiori sofferenze, solo l’accesso terrestre può garantire un soccorso efficace e sostenibile”.

La popolazione di Gaza assiste con speranza e timore misti alle brevi tregue: come testimonia Rasha Al-Sheikh Khalil, madre di quattro bambini, “certo, mi sento un po’ più speranzosa, ma temo che la fame riprenda non appena la pausa finirà”. E mentre la guerra continua – con il premier Netanyahu che ribadisce la volontà di “proseguire fino a una completa vittoria” e Hamas che rifiuta qualunque negoziato “finché permangono blocco e fame” – l’ONU resta pronta ma impotente di fronte ai limiti imposti dalle condizioni belliche e dalle scelte politiche.

Gaza, inchiodata tra razioni lanciate con i paracadute in zone impraticabili e l’ombra di attacchi anche durante le tregue, continua a pagare il prezzo più elevato di una guerra senza fine, tra polemiche istituzionali e storie di disperazione raccolte dai testimoni oculari.

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