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14 March 2026

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[Gaza] Board of Shits, quando il campo del genocidio e degli affari si sovrappongono

Il capitalismo occidentale ha sempre distinto, almeno formalmente, il momento della conquista da quello dello sfruttamento. La zona di interesse appartiene ai militari e ai diplomatici; la zona economica speciale agli investitori. Era una distinzione ipocrita, ma esisteva. Adesso è saltata. Il Board of Peace — presentato il 15 gennaio 2026 e già dotato di oltre 5 miliardi di dollari di impegni — è la sintesi di questo passaggio epocale.

La struttura rivela tutto. Un seggio permanente nel Board costa un miliardo di dollari, rinnovabile ogni tre anni. La bozza di statuto circolata ai governi non menziona Gaza, non fa riferimento alla risoluzione ONU 2803 che ne aveva autorizzato la nascita, non riconosce i palestinesi come soggetti politici ma solo come destinatari di un’«amministrazione tecnocratica» esterna. Come ha sintetizzato Kaja Kallas alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, la risoluzione ONU prevedeva un organo limitato nel tempo, con voce ai palestinesi e riferito a Gaza: il Board of Peace non rispetta nessuno di questi tre criteri. Il Guardian lo ha definito «un club pay-to-play dominato da Trump, versione globale della sua corte di Mar-a-Lago, costruito per soppiantare l’ONU». Giuristi internazionali sottolineano che non esiste precedente per cui un’amministrazione transitoria esterna possa sostituire — e non accompagnare — l’autodeterminazione di un popolo.

Post-democrazia neoliberista, oligarchie belliciste, capitalismo di sorveglianza, finanza predatoria, ecocidio, apartheid, colonialismo da insediamento e genocidio: tutti insieme appassionatamente. Nessuna fossa comune è tanto piena di corpi di civili e bambini da non poterne estrarre cash flows. Hamas stesso ha avvertito che il genocidio non si è fermato con la tregua — oltre 600 palestinesi uccisi dopo il 10 ottobre 2025 — e che il Board rischia di diventare una «copertura» per prolungare l’occupazione sotto le spoglie della ricostruzione. Mondoweiss descrive la trappola con precisione chirurgica: i palestinesi vengono messi di fronte a una scelta impossibile, tra il rifiuto catastrofico e l’incorporazione compiacente, entrambe le opzioni progettate per svuotare qualsiasi domanda di sovranità.

Il Board of Peace, per quanto rivoltante, è però una costituente. Istituisce una nuova grammatica di potere post-bellico: quella in cui chi ha commesso il crimine definisce le istituzioni del dopoguerra, scrive le regole del territorio conquistato, e lo fa con il linguaggio dell’umanitario e dell’investimento. Il diritto internazionale viene aggirato non negandolo apertamente, ma riformattandolo: la pace come prodotto, la governance come concessione, la ricostruzione come estrazione. La cosa strabiliante — e politicamente devastante — è che a fare questa costituente siano le forze che il genocidio lo hanno commesso, e che finanziano. Non noi che lo abbiamo combattuto, che abbiamo manifestato, documentato, denunciato. Il vuoto costituente che lasciamo è esattamente lo spazio che loro stanno riempiendo.

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