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10 December 2025

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[Gaza] i bambini tornano lentamente a scuola, nel fragile silenzio del cessate il fuoco

A poco a poco, tra le strade polverose di Nuseirat, si torna a sentire il brusio delle voci infantili. Nella scuola Al Hassaina, nella parte occidentale del campo, i corridoi ancora segnati dalle crepe della guerra si riempiono di zaini scoloriti e risate esitanti. È qui che, dopo il fragile cessate il fuoco entrato in vigore all’inizio della settimana, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha riaperto alcune delle sue scuole nella Striscia di Gaza.

Warda Radwan, undici anni, tiene stretti i suoi quaderni come un piccolo tesoro. “Sono in sesta adesso, ma ho perso due anni di scuola per via della guerra e degli sfollamenti”, racconta, la voce bassa ma decisa. La sua storia è quella di migliaia di bambini che, tra rifugi improvvisati e settimane senza elettricità, hanno visto la scuola trasformarsi in un miraggio.

Durante la lunga offensiva israeliana su Gaza, durata quasi due anni, l’edificio dell’Al Hassaina era diventato, come molte altre strutture dell’UNRWA, un rifugio per decine di famiglie in fuga. Le aule si erano riempite di materassi e coperte, i banchi spostati contro i muri per far spazio a chi non aveva più una casa.

Ora, mentre le lezioni riprendono, le difficoltà restano enormi. Mancano insegnanti, materiali, aule disponibili. Alcune classi accolgono fino a settanta alunni. Eppure, per molti, tornare a scuola è già una forma di speranza.

Jenin Abu Jarad, zia di una delle studentesse, osserva i bambini che entrano ordinatamente nel cortile. “Da quel 7 ottobre, i nostri figli non hanno più avuto una scuola”, dice. “In tutto questo tempo potevano solo cercare acqua, cibo, o giocare tra le macerie. Ma, da una decina di giorni, piano piano, le scuole hanno ricominciato ad aprire. È come rivedere la luce dopo un tunnel lunghissimo.”

Per ora, il cessate il fuoco tiene. Ma nessuno a Gaza si illude che sia definitivo. Tra le pareti scrostate delle scuole riaperte, i bambini imparano di nuovo a leggere e a scrivere — e forse anche a credere che la normalità, un giorno, possa tornare davvero.

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