Le vittime sono molte più di quelle dichiarate
La guerra israeliana su Gaza ha prodotto una catastrofe umana molto più vasta di quanto i dati ufficiali abbiano finora lasciato intendere. Una serie di ricerche scientifiche indipendenti, pubblicate sulle più autorevoli riviste mediche internazionali, ha verificato oltre 75.000 morti violente entro i primi mesi del 2025. Lo studio più rigoroso, il Gaza Mortality Survey, ha condotto interviste dirette a 2.000 famiglie — per un campione di quasi 10.000 persone — e ha stimato 75.200 morti violente tra il 7 ottobre 2023 e il 5 gennaio 2025: il 34,7% in più rispetto ai 49.090 decessi registrati nello stesso periodo dal Ministero della Salute di Gaza. Quel dato corrisponde a circa il 3,4% dell’intera popolazione pre-guerra. Ciò non significa che i dati ministeriali siano inattendibili: secondo i ricercatori, rappresentano piuttosto un limite minimo, inevitabilmente sottostimato a causa del collasso delle stesse strutture amministrative e sanitarie che dovrebbero documentare le morti. Nonostante le pressioni politiche di Israele, che ha ripetutamente contestato i numeri palestinesi, persino un alto ufficiale dell’esercito israeliano ha pubblicamente riconosciuto a gennaio che i morti a Gaza sono circa 70.000. La composizione demografica delle vittime — donne, bambini e anziani rappresentano oltre il 56% dei morti — è rimasta costante sia nelle rilevazioni ufficiali che in quelle indipendenti, confermando la sistematicità della violenza contro la popolazione civile.

Una metodologia che trasforma le stime in certezze empiriche
Sul piano scientifico, questa ricerca segna un salto qualitativo rispetto ai lavori precedenti. Studi pubblicati su The Lancet all’inizio del 2025 avevano già stimato un sottoconto del 41% nei primi nove mesi di guerra, usando modelli statistici probabilistici. Il Gaza Mortality Survey va oltre: invece di proiettare probabilità matematiche, raccoglie prove dirette attraverso interviste alle famiglie, trasformando la stima in verifica empirica. Emerge così anche un dato fino ad ora non quantificato: oltre alle morti violente, si contano almeno 16.300 decessi “non violenti”, di cui 8.540 causati direttamente dal deterioramento delle condizioni di vita e dal blocco imposto alle forniture mediche. Un paradosso inquietante attraversa l’intera vicenda: più la distruzione è stata sistematica — ospedali rasi al suolo, uffici anagrafici eliminati, archivi cancellati — più diventa difficile ricostruire la reale entità delle perdite. Migliaia di corpi giacciono ancora sotto le macerie o sono irriconoscibili. La conclusione degli studiosi è netta: i dati del Ministero della Salute di Gaza, lungi dall’essere gonfiati, sono affidabili e conservativi, frutto di un sistema di registrazione che ha resistito anche nelle condizioni più estreme.

Decenni di riabilitazione per i sopravvissuti
Chi è sopravvissuto porta sul corpo ferite che Gaza non ha più la capacità di curare. Un modello predittivo pubblicato su eClinicalMedicine da ricercatori dell’Università Duke e dell’ospedale Al-Shifa ha quantificato oltre 116.000 feriti cumulativi al 30 aprile 2025. Tra questi, tra 29.000 e 46.000 necessitano di interventi chirurgici ricostruttivi complessi — amputazioni, ricostruzioni ossee, grandi traumi da esplosione. Più dell’80% di questi casi è il risultato diretto di bombardamenti aerei e colpi di artiglieria su aree urbane densamente abitate. Prima della guerra, Gaza disponeva di soli otto chirurghi plastici e ricostruttivi certificati per oltre 2,2 milioni di abitanti. Anche ipotizzando un ripristino immediato e completo delle capacità chirurgiche pre-belliche — uno scenario attualmente irrealistico — i ricercatori stimano che occorrerà circa un decennio per smaltire l’arretrato di operazioni necessarie. È una cifra che racconta, meglio di qualsiasi altra, la profondità di una crisi che non si esaurirà con un cessate il fuoco: la guerra su Gaza ha ipotecato il futuro fisico di un’intera generazione.

