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18 August 2026

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[Gaza] Il piano dell’amico americano cristallizza l’occupazione israeliana

Nel cuore della questione palesinese emerge un nuovo capitolo che passerà, forse, alla storia come Piano Trump per Gaza. Tale piano non ha l’ambizione di risolvere la questione palestinese e promuovere pace, anzi, sembra cristallizzare l’occupazione, restituendo la Striscia di Gaza a un’amministrazione di fatto esterna e rinviando a un futuro indefinito ogni reale potere all’Autorità Palestinese. È questo lo scenario dell’amico americano (amico solo di Israele), un quadro che affonda le sue radici in profondi rivolgimenti storici e in dinamiche geopolitiche di lungo corso, che difficilmente cancellano un passato di dominazioni e conflitti.

Fin dal 1947 la comunità internazionale si è arrovellata su soluzioni per risolvere la contesa territoriale tra israeliani e palestinesi. La Risoluzione ONU 181, che avrebbe dovuto spartire la Palestina in due Stati distinti, venne respinta dai governi arabi dell’epoca e mai sottoposta alla consultazione dei palestinesi stessi. L’avvento degli Accordi di Oslo nel 1993 aprì la porta a un’autorità palestinese autonoma, seppur limitata e graduale, nelle zone di Cisgiordania e Gaza. Successivamente, tentativi come il “Road Map” del 2003 o i summit di Camp David e Annapolis naufragarono su questioni cruciali come i confini, Gerusalemme, la questione dei profughi e il disarmo dei gruppi armati palestinesi, senza mai approdare a una soluzione definitiva.

Il nuovo piano Trump, con le sue clausole, riflette questo passato di compromessi mancati. Al centro della proposta c’è la richiesta di disarmo di Hamas e delle altre fazioni armate, ma questa clausola manca di strumenti concreti per il controllo e non prevede alcun termine per la ritirata israeliana da Gaza. A questo si aggiunge la sospensione temporanea dell’annessione dei territori palestinesi, mentre viene introdotta una “autorità di transizione” con il potere di rilasciare permessi di uscita ai palestinesi: una condizione che perpetua la loro dipendenza dai controllori israeliani per la libertà di movimento. A supervisionare il tutto, in un’alleanza inedita tra Francia, Arabia Saudita e Stati Uniti, ci sono Washington e Tony Blair, figura controversa che alimenta l’impressione di una gestione imposta dall’esterno, lontana dalle esigenze delle popolazioni locali. Infine, la minaccia implicita di un sostegno militare totale di Washington a Israele, in caso di rifiuto palestinese del piano, lascia intravedere il rischio di una prosecuzione senza limiti del conflitto.

Questa assenza di una data certa per il ritiro israeliano sancisce di fatto la continuità dell’occupazione. Da oltre quindici anni Gaza vive un assedio che ostacola importazioni, elettricità e movimenti di persone e merci, con frequenti episodi di offensiva militare che provocano drammatici costi civili, configurando una forma di “genocidio soft”.

L’Autorità Palestinese, che negli anni ha vissuto divisioni politiche profonde tra Fatah in Cisgiordania e Hamas a Gaza, vede rinviata la sua ricollocazione a Gaza in un futuro incerto. Questo rinvio aggrava ulteriormente la frammentazione e la mancanza di una rappresentanza unitaria, ostacolando qualsiasi iniziativa di governo condiviso.

La presenza di Tony Blair, ex primo ministro britannico da tempo criticato per il suo ruolo nelle guerre in Iraq basate su dossier falsi, aggiunge una nota amara e simbolica a questo scenario. La sua nomina a supervisore internazionale riflette un apparato che ignora la sovranità palestinese e sembra riproporre meccanismi coloniali lontani dalla giustizia e dalla pace.

Non è un caso che, a fronte di questa situazione, le società civili e i movimenti sindacali in molte parti del mondo, Italia inclusa, si mobilitino con scioperi, occupazioni universitarie e manifestazioni in solidarietà al popolo palestinese. L’arrivo della “Global Sumud Flotilla” verso Gaza esprime questa volontà di rompere il blocco e di portare aiuti, resistendo alle minacce dirette delle autorità israeliane.

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