Chiamatela con il suo nome: guerra. Non c’è bisogno di bombe che cadono né di muri che crollano perché una popolazione venga distrutta lentamente. È quello che racconta il dottor Ezzideen Shehab, medico di comunità nel nord della Striscia di Gaza, in un post che ha circolato nelle ultime ore sui social media. In un solo giorno ha visitato tre adulti morsi dai topi. Non bambini, non anziani fragili: adulti, aggrediti nelle loro tende, negli ultimi brandelli di tela che ancora si osa chiamare riparo. Uno di loro ha sviluppato una cellulite batterica in poche ore, con carne gonfia, arrossata e indurita, ed è stato costretto a ricevere antibiotici per via endovenosa in ospedale. Si può sopravvivere alle bombe solo per essere divorati vivi dall’abbandono.
La zia del dottore gli ha raccontato che lei e le sue figlie hanno paura di uscire dalla tenda dopo il tramonto, anche solo per andare ai bagni. I topi attaccano i lati delle tende di notte, in gruppi quasi organizzati, descriveva lei, come un’ondata nera che attraversa il campo. Con l’arrivo dell’estate e del calore — la stagione in cui questi animali proliferano — la situazione è destinata a peggiorare. Eppure non arriva nessuna risposta: nessun materiale per la disinfestazione, nessun presidio sanitario adeguato. L’esercito israeliano continua a bloccare l’ingresso di forniture nella Striscia. La soluzione esiste nel mondo, ma non viene lasciata passare.
Questa è la forma silenziosa della guerra che il mondo non riconosce, scrive il medico: una madre che cerca acqua, un padre che non riesce a trovare pane, infezioni che si diffondono da ferite che avrebbero potuto essere curate, donne che temono il buio fuori dalla tenda, un sonno che è esso stesso una forma di agguato. Le persone associano la guerra alle esplosioni, ma non comprendono le sue manifestazioni quiete — lente, certe, altrettanto reali e non meno crudeli. Non esiste una pausa. Esiste solo una modalità diversa di consegna della morte.

