I rubinetti di Gaza sono ormai a secco. A ventuno mesi dall’inizio della guerra, più di due milioni di abitanti si trovano ad affrontare una vera e propria “siccità provocata dall’uomo”. Secondo l’Unicef, questa catastrofe è causata da ostacoli deliberati, distruzioni mirate e un blocco continuo, più che da fenomeni climatici estremi.
Dal 2 marzo l’embargo israeliano sul carburante ha paralizzato quasi tutti i sistemi idrici di Gaza: impianti di desalinizzazione, stazioni di trattamento delle acque reflue e la distribuzione tramite camion-cisterna sono fermi, esponendo la popolazione al rischio di disidratazione, malattie e conseguenze ambientali gravi nel lungo termine.
Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme di una crisi del carburante ormai critica che, senza interventi immediati, porterà a un’ulteriore drastica diminuzione dell’approvvigionamento idrico. Dei 217 impianti idrici sostenuti dalle organizzazioni umanitarie, solo 87 funzionano — molti solo parzialmente. L’ingresso recente di 75.000 litri di carburante dopo 130 giorni di blocco è stato considerato largamente insufficiente per far fronte all’emergenza.
I bambini risultano i più vulnerabili: oltre 5.000 sono malnutriti e ogni giorno centinaia vengono ricoverati per malattie legate all’acqua contaminata, come epatite A e diarrea acuta. L’accesso medio all’acqua si attesta a soli 3 litri al giorno per persona, ben al di sotto dei 15 litri minimamente necessari secondo le indicazioni dell’OMS.
L’acqua come strumento di conflitto
“La crisi idrica si aggiunge a una carestia conclamata: oggi la popolazione di Gaza affronta fame e sete contemporaneamente. I camion-cisterna d’acqua potabile, spesso ultima risorsa, sono bersagliati dai raid, rendendo quasi impossibile la loro consegna”, afferma un esperto palestinese nel settore delle politiche dell’acqua. Le infrastrutture principali — pozzi, impianti di desalinizzazione, serbatoi e stazioni di trattamento — sono state sistematicamente distrutte o disattivate.
Tali azioni possono configurare violazioni del diritto internazionale umanitario, poiché la distruzione intenzionale di infrastrutture idriche civili è vietata e può essere considerata crimine di guerra, secondo l’Unicef e le norme internazionali.
Prima del conflitto, Gaza aveva compiuto progressi significativi nelle infrastrutture idriche grazie a vari progetti internazionali. Ora gli esperti stimano che saranno necessari più di dieci anni per il completo ristabilimento dell’acquifero regionale, mentre oltre due milioni di persone rimangono intrappolate in un’emergenza umanitaria in peggioramento costante, con l’acqua — il bisogno umano più fondamentale — usata come strumento di guerra.

