Mahmoud Basal, portavoce della Protezione Civile a Gaza, ha scelto di lanciare un drammatico monito al mondo: un digiuno totale per solidarietà e protesta contro la fame che consuma la sua gente.
Basal, già provato dalla penuria di cibo e dalla perdita di peso vivendo la stessa drammatica realtà quotidiana degli altri gazawi, ha preso questa decisione simbolica per scuotere l’indifferenza internazionale di fronte a una situazione che definisce intollerabile. “Quando vedi un bambino spirare di fame tra le tue braccia, o una madre senza latte per allattare, capisci che il tuo silenzio è complice”, racconta Basal, il cui gesto vuole essere una domanda urlata al mondo: “Se anche chi muore di fame sceglie lo sciopero della fame per sollevare la coscienza mondiale, qual è ora la vostra risposta?”.
Nonostante si trovi ricoverato nell’ospedale al-Ma’madani, sopravvivendo a base di glucosio endovenoso, Basal continua a lavorare: incontra giornalisti, coordina campagne di salvataggio, segue ogni evoluzione sul campo e si confronta con attivisti e soccorritori. Ogni giorno, dopo sedici giorni di sciopero e quattro chili persi, la sua determinazione resta incrollabile, anche se la debolezza si fa sempre più visibile.
“Il mio scopo non è quello di apparire come un eroe – dice Basal – i veri eroi sono i bambini che affrontano la morte senza pane. Voglio solo che la mia voce, affidata a questo corpo ormai stanco, possa risvegliare le coscienze”. Pronto a rischiare la salute, si dichiara deciso a continuare finché qualcosa non cambierà davvero.
La sua famiglia, come molte altre, è stata costretta a fuggire verso sud all’inizio della guerra; vede raramente i figli e le loro parole, piene di paura e affetto, rafforzano però il senso della sua protesta. “Mia figlia mi ha chiesto di smettere, ma sto facendo questo per tutti i bambini, per lei compresa”, confida Basal.
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Racconta di un sistema di aiuti umanitari quasi completamente bloccato, della distribuzione caotica, dei prezzi assurdi del cibo – 50 dollari per un chilo di farina – e accusa la comunità internazionale di non voler vedere la realtà. L’UNRWA, unico ente capace (in tempi normali) di una distribuzione equa, è ormai assente, mentre molte delle forniture cadono in aree occupate o vengono disperse.
Basal conclude lanciando un appello: “La carestia di Gaza non è un fatto naturale ma una scelta politica: oggi il mondo può scegliere se comportarsi da umano o rimanere indifferente davanti a centinaia di migliaia di persone che muoiono di fame. Il mio sciopero non è fine a sé stesso, è la speranza che anche nell’oscurità attuale si accenda una luce di umanità”.

