La storia è costellata di esempi in cui individui comuni hanno sfidato l’ingiustizia sul piano mondiale, trasformando la solidarietà in azione concreta. Nel 1936, migliaia di volontari antifascisti de Le Brigate Internazionali varcarono le Alpi per difendere la Repubblica Spagnola contro Franco. Oggi, nel 2025, la Global Sumud Flotilla solca il Mediterraneo per spezzare il blocco navale su Gaza: due volti diversi di un’unica lotta per la dignità umana.
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All’alba della Guerra Civile spagnola, 35.000 volontari da oltre sessantacinque nazioni – minatori, intellettuali, insegnanti, studenti, operai – si radunarono ad Albacete. Animati da un’ideologia profondamente antifascista e rivoluzionaria, consideravano la Spagna «campo di battaglia decisivo» contro il nazismo. Tra loro, il commissario politico Sandor Voros proclamava di marciare «sotto la guida del Comintern», convinto che la loro sia «una rivoluzione internazionale». La composizione sociale era variegata: un giovane operaio francese accanto a un avvocato polacco, un insegnante inglese al fianco di una dottoressa ebrea, il cui 25% dei volontari avrebbero pagato con la vita il prezzo della resistenza.
Di fronte all’assedio sulla Striscia di Gaza, la Global Sumud Flotilla – un’armata di oltre cinquanta imbarcazioni e migliaia di attivisti da più di quaranta paesi – riprende idealmente quel lascito. Provenienti da ogni continente, parlamentari come Rima Hassan, leader ambientaliste come Greta Thunberg, operatori sanitari e artisti si uniscono in mare aperto. Il termine arabo sumud, «resistenza tenace», richiama l’eredità nonviolenta palestinese. «Siamo stufi di guardare l’inazione mondiale di fronte a un genocidio», dichiara un partecipante, convinto che «l’assedio e il blocco illegale debbano finire».
La differenza più significativa tra la Flotilla e le Brigate Internazionali risiede nel fatto che la prima non ha mai preso e mai prenderà un’arma in mano. Non si tratta di un imperativo morale imposto dall’alto, ma di una scelta pragmatica: in un contesto militare contemporaneo, il confronto sarebbe talmente asimmetrico da risultare inevitabilmente perdente. Molti attivisti potrebbero avere opinioni diverse su questo approccio, ma prevale la consapevolezza che sia più efficace e dignitoso combattere per la propria vita e per quella dei palestinesi attraverso forme nonviolente di resistenza, piuttosto che lanciarsi in una battaglia armata senza alcuna possibilità di vittoria.
Parlare per la delegazione italiana incontra ostacoli considerevoli quando ci si trova di fronte a interlocutori come Guido Crosetto, ministro della Difesa noto per i suoi legami con il commercio d’armi. Chi tenta di denunciare l’assedio soffocante su Gaza si scontra con un sistema politico-industriale che, nei fatti, alimenta i conflitti che la Flotilla cerca di interrompere. Negoziarne la libertà di navigazione e l’assistenza umanitaria richiede dunque non solo fermezza ideale, ma anche abilità diplomatica per sfidare chi, a dispetto delle aspirazioni di pace, continua a lucrarci sopra.
Le differenze tra i due movimenti riflettono l’evoluzione dei tempi. Le Brigate – guidate centralmente dal Comintern – adottarono tattiche militari convenzionali, subendo un tasso di mortalità del 30% nelle battaglie più sanguinose, come Madrid ed Ebro. La Flotilla, al contrario, opera con struttura orizzontale e metodi di disobbedienza civile marittima nonviolenta, documentando ogni istante grazie ai social media e allo streaming live. Tuttavia, l’opposizione resta sistematica: dall’embargo navale imposto da Israele alle restrizioni dei governi europei, che inviano navi militari con pretesti umanitari ma intimano di fermare le imbarcazioni.
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Sul piano legale, entrambe le iniziative hanno sfidato norme internazionali. Nel 1936, il Patto di Non-Intervento impediva di fatto il sostegno alla Repubblica, favorendo i franchisti. Oggi, avvocati della Freedom Flotilla Coalition considerano il blocco di Gaza una punizione collettiva vietata dalle convenzioni di Ginevra e dalla Carta dell’Onu. La Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato di non ostacolare gli aiuti umanitari, ma la prassi rimane un campo minato politico.
Nonostante i rischi, dalla Mavi Marmara al Mediterraneo orientale, migliaia di volontari continuano a imbarcarsi: consapevoli che «il costo del silenzio è maggiore di qualsiasi minaccia». Il sacrificio, come all’epoca di Ibárruri che salutava i brigadieri dicendo «Siete storia. Siete leggenda», oggi assume forme nuove ma conserva lo stesso spirito. La Global Sumud Flotilla dimostra che la solidarietà internazionale non è un retaggio del passato, bensì un modello in divenire, capace di unire gli oppressi e i loro sostenitori attraverso il mare e le idee.
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Il confronto tra Brigate Internazionali e Sumud Flotilla rivela una continuità esemplare: quando i governi falliscono, la società civile si auto-organizza attorno a crisi morali, trascendendo frontiere e rischi personali. La storia dimostra che la lotta per la giustizia non muore mai: si trasforma, si rinnova e naviga senza sosta verso nuovi orizzonti di libertà.
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