Le condizioni nella Striscia di Gaza si fanno ogni giorno più drammatiche, con dati che raccontano un dramma umanitario senza precedenti. I bambini, simbolo innocente di questa tragedia, mostrano braccia scheletrite, zigomi affilati e sguardi spenti, segni evidenti di una malnutrizione che sta cancellando con brutalità la loro infanzia. Cindy McCain, direttrice esecutiva del Programma alimentare delle Nazioni Unite, dopo averli visitati, ha espresso sgomento definendoli “irriconoscibili” rispetto alle immagini passate in cui erano sani e sorridenti. Le stime del ministero della Salute di Gaza registrano ieri dieci morti legati a cause di malnutrizione, tra cui due bambini, mentre il totale delle vittime nella giornata supera le cinquanta.
Di fronte a questa crisi, l’esercito israeliano ha annunciato l’apertura di due nuovi centri di distribuzione alimentare nel sud della Striscia, sotto il controllo della cosiddetta “Gaza Humanitarian Foundation” (GHF), un ente che negli scorsi mesi è stato teatro di incidenti fatalmente costati la vita a centinaia di persone nel tentativo disperato di ricevere aiuti. Parallelamente, crescono le accuse da parte di istituzioni internazionali nei confronti di Israele, che risponde con campagne propagandistiche, spot televisivi e video sponsorizzati da influencer sui social media.
Soprattutto preoccupanti sono le denunce provenienti da sette esperti indipendenti dell’ONU per i diritti umani: secondo loro, durante una visita ai centri GHF a Rafah sarebbero avvenute sparizioni forzate, compresa quella di un minore, direttamente imputabili all’esercito israeliano. Tali azioni vengono definite “atroci” e amplificano il quadro di violazioni gravi che caratterizzano Gaza, definita dal segretario generale Antonio Guterres come “un infinito catalogo di orrori”. Guterres ha sottolineato con forza che la fame non deve essere mai usata come strumento di guerra, denunciando le condizioni disperate in cui versa la popolazione civile, intrappolata tra macerie e violazioni del diritto internazionale.
Questa tragedia si intreccia con l’operazione militare “Gideon’s Chariots 2” che sta portando, con ordini di evacuazione, circa un milione di persone a spostarsi dalle aree centrali di Gaza City verso il sud, verso zone come Khan Yunis e Rafah. L’IDF ha delineato sette chilometri quadrati come “spazi sicuri” dove concentrerà i profughi in tendopoli, ma la realtà è quella di una popolazione costretta a una marcia forzata tra distruzioni e morte. Nelle mappe dell’esodo figurano anche edifici religiosi simbolici, tra cui la chiesa greco-ortodossa di San Porfirio e quella anglicana di San Filippo, mentre la chiesa cattolica della Sacra Famiglia è per ora esclusa.
Sul fronte politico israeliano, emergono segnali di una crescente chiusura e repressione interna. Il ministro per la Sicurezza Ben-Gvir, leader del partito estremista Otzma Yehudit, sta cercando di ottenere un documento che imponga alle manifestazioni di protesta il permesso preventivo della polizia. Le proteste degli israeliani contro la guerra e per la tregua, sostenuta da Qatar ed Egitto e accettata da Hamas, diventano così un terreno di scontro, con i manifestanti che denunciano come “la democrazia venga smantellata” da Netanyahu e Ben-Gvir per mantenere l’azione militare, ignorando la volontà popolare.
Intanto, la situazione regionale resta tesa. Il dialogo con il regime yemenita degli Houthi prosegue in un clima di crescente conflitto: nella giornata di ieri un drone è stato intercettato dal sistema “Iron Dome” di Tel Aviv, seguito da dieci raid aerei israeliani su Sanaa, che hanno colpito nel momento in cui la popolazione si radunava per ascoltare un discorso televisivo del leader Abdul Malik al-Houthi, innescando ulteriori tensioni nel Medioriente.
aprofondimenti
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