In questa coda di 2025 il regime iraniano ha intensificato la repressione contro gli oppositori politici in un modo che rivela sia la disperazione del governo sia l’emergere di una oppsizione sempre più strutturata e consapevole. Il 12 dicembre oltre 50 persone sono state arrestate a Mashhad durante una cerimonia commemorativa per l’avvocato difensore dei diritti umani Khosrow Alikordi, morto in circostanze sospette. Tra gli arrestati figurava Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace nel 2023 già reduce da una detenzione in condizioni brutali. Gli accusati hanno ricevuto le usuali imputazioni: “propaganda contro il sistema” e “associazione per conspirare contro la sicurezza nazionale”, termini ombrello che il regime utilizza per soffocare qualsiasi dissidenza critica.
Durante il mese di novembre il modello repressivo si era già concentrato su una categoria particolare: gli intellettuali. Il 3 novembre, agenti di sicurezza hanno condotto arresti coordinati di scrittori, traduttori e ricercatori tra cui Parviz Sedaghat (63 anni, editore della rivista Political Economy Critique), Mohammad Maljoo (economista e giornalista) e Mahsa Asadollahnejad (sociologa politica). Secondo testimonianze di avvocati questi non erano “attivisti politici” tradizionali, ma individui che perseguivano tranquillamente lavoro accademico e critica indipendente. Il messaggio implicito era chiaro: il regime non tollera nemmeno il pensiero critico silenzioso. Contemporaneamente, le esecuzioni hanno raggiunto picchi allarmanti: 335 nel solo novembre 2025, una ogni due ore e mezzo.
Nuova generazione di dissidenti
In contrasto con questa spirale repressiva emerge un fenomeno politico profondamente significativo: la gioventù iraniana sta elaborando una visione autonoma di cambiamento che rifiuta tanto il regime teocratico quanto l’allineamento con le potenze occidentali. Il 25 ottobre 2025, a Parigi, si è tenuto il convegno “Free Iran 2025”, un’assemblea internazionale di giovani sostenitori della Resistenza iraniana provenienti da Europa, Nord America e Australia. Quello che ha caratterizzato questo evento non è stata una retorica massimalista, bensì un’articolazione consapevole di ciò che i giovani definiscono la “terza soluzione”: né una guerra straniera né l’appeasement diplomatico, ma un cambiamento di regime guidato dal popolo iraniano stesso attraverso una resistenza organizzata.
I relatori, 32 associazioni giovanili che includevano studenti, ingegneri, medici, avvocati e attivisti che avevano partecipato alle proteste del 2019 e 2022, hanno ribadito un punto centrale: non sono audience passive della politica, ma “una forza organizzata per il cambiamento”. La loro risoluzione finale respingeva esplicitamente sia la monarchia che la teocrazia: “No allo Scià, no alla Guida Suprema”. Ciò che distingue questo movimento da precedenti opposizioni è proprio questa ricerca di autonomia. Non si tratta di chiedere l’intervento americano, né di desiderare un ritorno alla monarchia Pahlavi. Si tratta di costruire internamente una visione democratica, laica, fondata su suffragio universale e uguaglianza di genere.
Nel panorama dei dissidenti intellettuali, emerge la figura di Sadegh Zibakalam, professore di scienze politiche in pensione, 76 anni, con quasi due milioni di follower sui social media. Zibakalam rappresenta una posizione che sfida sia il regime che certe frazioni dell’opposizione in esilio. A settembre 2025, in un’intervista al Think Tank “Arab Policy Studies” in Qatar, ha criticato apertamente la responsabilità diretta del regime iraniano nelle tensioni regionali, una posizione che lo ha esposto a nuovo scrutinio da parte delle autorità. La sua cifra distintiva è l’uso di “linguaggio razionale e pragmatico”—non slogan rivoluzionari, bensì domande semplici come “Quale interesse ha l’Iran nel cercare di annientare Israele?”. Zibakalam non chiede il capovolgimento violento del regime, ma pone questioni profonde sulla separazione tra religione e stato, sulla rappresentanza delle minoranze etniche e sulla costruzione di una società plurale.
Parallelamente, le “Unità di Resistenza” affiliate all’OMPI (Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano) rappresentano un’altra forma di movimento popolare autonomo. Nate nel 2013 come rete decentralizzata di attivisti, operano in decine di città iraniane, da Teheran a Mashhad, da Kerman a Karaj. Questi nuclei includono studenti, operai, professionisti e persino ex funzionari del regime diventati dissidenti. Durante le proteste del 2022 oltre 3.600 membri sono stati arrestati o scomparsi forzatamente. Eppure, anziché collassare, la rete si è ampliata, confermando ciò che il regime teme maggiormente: un’opposizione radicata, organizzata e replicabile che non può essere decapitata attraverso arresti mirati di “leader” centrali.
Fondamentale è comprendere che questa gioventù, questi intellettuali e queste reti di resistenza non stanno cercando protezione dagli Stati Uniti, né stanno flirtando con l’Occidente di Trump. La loro ricerca è autonoma, cioè costruire uno spazio civico plurale, riconoscere la dignità delle donne senza imposizione religiosa, rispettare le minoranze etniche e linguistiche, e ridefinire il rapporto tra stato e religione sulla base del consenso, non della coercizione. È una posizione che né i conservatori iraniani né le cancellerie occidentali trovano facile da categorizzare, forse proprio per questo il regime la teme più di qualsiasi altra.
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