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17 February 2026

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[Iran] Munizioni vere contro folla disarmata: il bilancio della repressione

La cifra è ormai ufficiale: le proteste di massa in Iran hanno causato la morte di oltre 500 persone. Secondo l’organizzazione indipendente statunitense HRANA (Human Rights Activists News Agency), il bilancio verificato al 10 gennaio 2026 conta 490 manifestanti e 48 membri delle forze di sicurezza uccisi, con più di 10.600 persone arrestate in soli quattordici giorni. Tuttavia, le cifre reali potrebbero essere significativamente superiori: l’organizzazione britannica Iran International riporta stime conservatrici di almeno 2.000 morti nei soli due giorni del 8 e 9 gennaio, mentre fonti indipendenti internazionali come Reuters, BBC e DW confermano l’escalation della repressione con munizioni vere.

Le proteste, innescate il 28 dicembre 2025 dalla crisi economica—il rial iraniano ha raggiunto quota 1,4 milioni per un dollaro—si sono trasformate nel giro di pochi giorni in una sfida esistenziale al regime teocratico. Rappresentano il più grande movimento di protesta dal 2009 e, secondo alcuni analisti, dal rovesciamento dello Scià nel 1979. Hanno coinvolto 585 località in 186 città sparse in tutte le 31 province iraniane, con manifestanti di tutte le età e classi sociali che scendono in piazza nonostante il blocco totale di Internet e comunicazioni decretato il 7 gennaio.

Dalle dichiarazioni dei dissidenti iraniani trapelate attraverso i social network e le piattaforme di messaggistica, emerge una volontà popolare di cambiamento radicale. Maryam Rajavi, leader dell’organizzazione MEK (People’s Mojahedin Organization of Iran), ha onorato i manifestanti caduti definendoli “vanguardia del popolo sorto”, affermando che il loro sacrificio “rafforzerà solo la determinazione della nazione per il cambiamento” e che “ogni fiore cremisi sbocciato dal sangue dei caduti oggi porta la promessa della libertà domani”.

Mehdi Mahmudian, attivista politico di Teheran citato dall’agenzia RFE/RL, ha dichiarato: “Quello che stiamo vedendo è il segno che le persone hanno raggiunto una comprensione condivisa. Non sono solo insegnanti che protestano o un singolo gruppo sociale. Questa volta, i senza voce hanno formato un’alleanza”. La sua testimonianza rivela come le proteste abbiano trasceso le divisioni sociali tradizionali. Motahareh Gunei, difensore dei diritti umani, ha sottolineato ancora più chiaramente il punto di rottura: “Le persone non hanno più alcuna aspettativa sulla Repubblica Islamica. Stanno dicendo chiaramente: non vogliamo questo sistema”.

Tra i testimoni anonimi che hanno condiviso messaggi durante i blackout, un manifestante cinquantenne di Teheran identificatosi come Sahand ha descritto la notte del 8 gennaio come “spettacolare”: “La folla era incredibilmente grande, il loro coraggio esemplare. Dalle 20 a mezzanotte ho camminato dal centro al nord di Teheran. Le forze dell’ordine hanno sparato gas lacrimogeni e utilizzato fucili a pallini. Sono stato in grado di inviare questi messaggi per pochi minuti prima della disconnessione totale”. Un altro manifestante, identificatosi come Ali, ha tracciato un parallelo con le proteste del 2009 e del 2022 (Woman, Life, Freedom): “Ho partecipato alle proteste del 2009 e in quelle del 2022… Ma stanotte ho sentito una vera speranza per il cambiamento. Il regime cadrà presto”.

 

 

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Nazanin Afshin-Jam MacKay, avvocato iraniano per i diritti umani, ha postato sui social il 31 dicembre 2025 un messaggio rivolto ai protestanti: “Il mio cuore è con voi. Possa questo anno portare la libertà per la quale rischiaste tutto, una democrazia secolare, elezioni libere e corrette, e una costituzione fondata sui diritti umani universali”. Reza Pahlavi, principe esiliato figlio dell’ultimo Scià, ha lanciato appelli ripetuti su X: “Non abbandonate le strade. Il mio cuore è con voi. So che presto sarò al vostro fianco”.

Il governo iraniano ha risposto con dichiarazioni sempre più dure. Il 3 gennaio, la Guida Suprema Ali Khamenei ha etichettato i manifestanti come “rivoltosi” che devono essere “messi a posto”, attribuendo le proteste a interferenze straniere statunitensi e israeliane. Le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco su folle disarmate, utilizzando munizioni vere a distanza ravvicinata, secondo HRANA e organizzazioni indipendenti come Iran Human Rights (con sede a Oslo).

Ciò che rende questa ondata di proteste singolare è l’assenza di una leadership centralizzata e l’emergere di una resistenza spontanea in cui giovani e anziani, mercanti e lavoratori, donne e uomini, urbani e rurali, si trovano uniti da una domanda radicale: il cambiamento del sistema politico stesso. Non si tratta più di rivendicazioni economiche o di riforme, ma di una frattura definitiva con il modello teocratico istituito nel 1979. Con internet ancora tagliato e il conteggio dei morti ancora in corso, l’Iran si trova di fronte a un momento critico che potrebbe determinare il futuro della regione.

 

 

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