Ginevra, il banco di prova del nucleare iraniano
Il terzo round di colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti si è aperto oggi a Ginevra in un clima carico di tensione diplomatica e pressione militare crescente. Washington ha dispiegato portaerei e aerei da guerra nel Medio Oriente nelle ultime settimane, mentre il presidente Trump ha fissato scadenze informali per raggiungere progressi, arrivando a parlare di una finestra di “10-15 giorni” per un accordo. I negoziati si svolgono con la mediazione dell’Oman: il ministro degli Esteri Araghchi ha incontrato il suo omologo omanita Badr Albusaidi prima dell’avvio delle trattative, per concordare le proposte iraniane da trasmettere alla delegazione americana.
Speranza e paura nei media di Teheran
L’umore a Teheran è sospeso tra ottimismo guardingo e ansia palpabile. I giornali governativi come Iran ed Etemad descrivono i colloqui come “una via d’uscita per entrambe le parti” e “l‘ultima risorsa per prevenire uno scontro militare“, sottolineando la posta in gioco. Araghchi stesso ha scritto su X che esiste “un’opportunità storica per raggiungere un accordo senza precedenti” e che “un’intesa è a portata di mano, ma solo se si dà priorità alla diplomazia“. Al contrario, testate vicine agli ambienti della sicurezza come Tabnak e Nour News hanno liquidato i rapporti su possibili attacchi militari americani come “terrorismo mediatico ispirato al manifesto di Trump in The Art of the Deal“.
Il fossato tra le parti resta profondo
Nonostante i toni distensivi, le posizioni restano lontane. Washington chiede la cessazione totale dell’arricchimento dell’uranio e vuole discutere anche dei missili balistici iraniani e del sostegno ai gruppi armati regionali, mentre Teheran insiste che i colloqui riguardino esclusivamente il dossier nucleare civile. Il vicepresidente Vance ha ribadito che “l‘Iran non può possedere un’arma nucleare” ma che Trump “desidera risolvere la questione per via diplomatica“, pur lasciando aperte “altre opzioni”. L’analista Mohsen Jalilvand ha avvertito che anche in caso di revoca immediata delle sanzioni, “ci vorrebbero almeno 15 anni perché il paese torni alla normalità”, chiudendo con un ammonimento rimasto impresso: “Non possiamo permetterci un ottimismo eccessivo”.

