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14 July 2026

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[Regno Unito] Il boia e il socio, come Londra finanzia con il commercio la pena di morte contro i palestinesi

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[Israele] Una mezza anguria sulle scarpe fa tremare l’opinione pubblica israrliana

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[Israele] 103 colonie, 36.000 espulsi. Lo Stato ebraico cancella la Palestina mattone dopo mattone

Ad aprile 2026 il governo israeliano ha approvato 34 nuovi insediamenti in Cisgiordania, portando a 103 il totale delle colonie autorizzate dal ritorno di Netanyahu al potere nel 2022. Ma ciò che colpisce non è solo il numero: almeno otto di questi insediamenti sorgeranno su terre di proprietà privata palestinese, alcune delle quali appartenevano a famiglie già espulse con la forza pochi mesi fa. È il caso dell’area nei pressi di Duma, nel nord della Cisgiordania, da cui undici famiglie palestinesi erano state cacciate a febbraio 2026, dopo violenti attacchi da parte dei coloni dell’avamposto di Giborei David. Oggi, su quelle stesse terre, si costruisce.

Un piano che trasforma l’espulsione in fondamenta

La mappa ottenuta dal quotidiano israeliano Haaretz rivela la logica sottostante a questa espansione: nove dei nuovi insediamenti sorgeranno nel Consiglio regionale della Samaria, nel nord della Cisgiordania, in aree finora prive di presenza israeliana, dove l’accesso potrà avvenire soltanto attraverso villaggi palestinesi — il che renderebbe necessaria una massiccia presenza militare permanente. Tre altri insediamenti, invece, verranno edificati nelle cosiddette “zone di tiro”, aree da cui i palestinesi sono stati progressivamente allontanati dall’esercito israeliano con il pretesto dell’addestramento militare. Parallelamente, dal 7 ottobre 2023, coloni ed esercito hanno espulso almeno 76 comunità palestinesi, fondando 152 nuovi avamposti. In questo quadro, la distinzione tra “terra statale” e terra confiscata si assottiglia fino a scomparire: anche i quindici insediamenti che verranno costruiti su “terra demaniale” occupano in realtà terreni dalla chiara identità palestinese, sottratti nel tempo attraverso una riforma del catasto israeliana che trasferisce le terre allo Stato, autorizzando demolizioni persino nelle aree A e B.

102 colonie, un progetto politico, nessuna coincidenza

Dietro la sequenza di approvazioni — 22 colonie a maggio 2025, 19 a dicembre, 34 ad aprile 2026 — c’è una regia politica precisa. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha definito ogni annuncio una decisione «storica che cambia il volto della regione», mentre il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato apertamente di insediamenti anche a Gaza. A marzo 2026, almeno 36.000 palestinesi erano già stati costretti ad abbandonare le proprie case, e l’OCHA documenta come questa ondata di sfollamenti sia direttamente collegata all’espansione delle colonie. Per l’ONU si tratta di una violazione sistematica del diritto internazionale umanitario, di quella che sempre più osservatori definiscono un’annessione di fatto della Cisgiordania — silenziosa, progressiva, costruita mattone dopo mattone sulle macerie delle case di chi è già stato espulso.

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