Il genocidio trasmesso in diretta sui social media ha spaccato il mondo occidentale in due blocchi irriconciliabili. Da un lato i media mainstream e i governi occidentali hanno fornito copertura diplomatica a Israele, come dimostra l’analisi del New Arab: per due anni la narrazione ufficiale ha negato il genocidio, piattaformando le menzogne israeliane mentre oscurava le prove schiaccianti raccolte da esperti ONU, come la giurista Francesca Albanese, e organizzazioni internazionali. I principali giornali americani hanno mostrato un netto bias pro-Israele, con copertuta sproporzionata delle vittime israeliane rispetto a quelle palestinesi, mentre le trasmissioni televisive hanno relegato Gaza ai margini della programmazione, come accaduto in Francia dove TF1 e France2 hanno dedicato solo otto e cinque minuti rispettivamente alla crisi nel settembre 2025. Eppure, parallelamente, masse crescenti di cittadini occidentali hanno marciato nelle piazze di capitali globali con bandiere palestinesi, spinti da una “awakening” culturale inarrestabile. Studenti universitari, attivisti e operai hanno intrecciato la liberazione palestinese con lotte per la giustizia climatica, l’uguaglianza razziale e l’abolizione del capitalismo razzializzato. Questa radicalizzazione ha prodotto una frattura antropologica nel mondo occidentale: da un lato i suprematisti liberali che difendono Israele come “democrazia sotto assedio”, dall’altro i giovani e gli intellettuali che vedono nel genocidio la rivelazione del vero volto dell’imperialismo occidentale. Come sottolinea la rivista Jacobin Gaza ha esposto la bancarotta morale del liberalismo che predica diritti universali mentre finanzia uno stato genocida. Non sarà possibile tornare indietro: “la gente non può non aver visto uno sterminio trasmesso in diretta difeso sotto il vessillo della democrazia liberale”.
Contemporaneamente il genocidio ha creato un abisso incolmabile tra le popolazioni arabe-islamiche e i propri governi, spezzando le fragili architetture diplomatiche costruite negli ultimi anni. I sondaggi dell’Arab Barometer mostrano che l’89% dei cittadini arabi rifiuta il riconoscimento di Israele (era l’84% nel 2022), mentre il 92% esprime solidarietà con la Palestina. Le linee tra “moderati” e “radicali” si sono completamente dissolte sui social media arabi: il 69% dei cittadini sostiene Hamas non per simpatia ideologica, ma come simbolo di resistenza al colonialismo israeliano. Questa pressione popolare ha paralizzato i regimi: l’Arabia Saudita, che stava negoziando la normalizzazione con Israele prima del 7 ottobre, ha sospeso tutti i colloqui e imposto come condizione il riconoscimento di uno stato palestinese indipendente. Il Marocco ha visto il rifiuto israeliano salire dal 67% al 78%, il Sudan dal 72% all’81%. I media arabi come Al Jazeera hanno documentato il genocidio con una precisione che i media occidentali hanno sistematicamente rifiutato, mentre istituzioni religiose come l’Al-Azhar hanno qualificato la resistenza palestinese come legittima lotta contro l’occupazione. Per la prima volta dal compromesso di Oslo, i regimi arabi non possono più fingere indifferenza: le loro stesse popolazioni li costringono a scegliese tra la lealtà americana e la lealtà al proprio popolo. Questo conflitto tra élite al potere e movimenti di base rappresenta una radicalizzazione permanente del mondo arabo-islamico, dove il sogno di normalizzazione giaccia sepolto sotto le macerie di Gaza.
La società israeliana, infine si è trovata strappata tra due visioni contrastanti che l’hanno resa invisa al resto del mondo. Netanyahu ha scommesso che la guerra avrebbe consolidato il suo potere, ma il risultato è stato opposto: la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto contro di lui per crimini di guerra nel novembre 2024, il primo leader di una democrazia occidentale a subirne—limitando drasticamente i suoi movimenti internazionali. La società israeliana si è polarizzata: da un lato il blocco religioso-nazionalista che vede Netanyahu come salvatore e vuole annessione della Cisgiordania e “pulizia etnica” di Gaza; dall’altro la sinistra liberale che critica Netanyahu ma sostiene comunque il genocidio, incapace di rompere il cordone ombelicale con lo stato occupante. Standing Together, il maggiore movimento arabo-ebraico per la pace, conta solo 5.300 membri in una nazione di 10 milioni. Intellettuali e accademici israeliani—1.200 professori universitari hanno firmato lettere contro la guerra—sono stati perseguitati: il governo ha vietato Al Jazeera, ridotto le libertà di stampa e trasformato Haaretz e i media critici in bersagli di censura. Parallelamente, la comunità internazionale ha isolato Israele economicamente e diplomaticamente: la Norvegia ha disinvestito, la Francia ha riconosciuto la Palestina, la Spagna, i Paesi Bassi e il Regno Unito hanno imposto embarghi sulle armi. L’isolamento di Israele è ormai irreversibile, non per malvagità morale astratta, ma perché il mondo ha visto troppo chiaramente la struttura di violenza coloniale che il paese rappresenta. Nessuno sforzo di relazioni pubbliche potrà restaurare l’immagine di Israele: il genocidio non si può “non vedere”.

