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14 March 2026

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[Israele] Dentro l’appartamento di Epstein, funzionari dello stato ebraico gestivano accessi e telecamere

Erano funzionari del governo israeliano a controllare chi entrava e usciva da un appartamento di Manhattan gestito da Jeffrey Epstein. Lo dimostrano le email appena declassificate dal Dipartimento di Giustizia americano: documenti che aprono uno squarcio su una rete di relazioni opache tra il finanziere condannato per traffico sessuale e apparati istituzionali israeliani, al centro dei quali figura l’ex primo ministro Ehud Barak.

L’appartamento nel mirino

L’indirizzo è 301 East 66th Street, un edificio residenziale nel cuore di Manhattan. Sulla carta, l’immobile era intestato a una società riconducibile a Mark Epstein, fratello di Jeffrey. Nei fatti, era Jeffrey a gestirlo — e a decidere chi vi alloggiasse. Secondo inchieste precedenti, le unità dell’edificio venivano prestate a contatti di Epstein e usate per ospitare modelle minorenni. Ma le nuove email rivelano un dettaglio finora sconosciuto: a partire dall’inizio del 2016, la sicurezza di quell’appartamento era nelle mani del governo di Tel Aviv.

L’operazione, durata almeno due anni, riguardava in modo specifico l’unità dove Barak soggiornava con regolarità. Nelle email, i dipendenti di Epstein la chiamano semplicemente “l’appartamento di Ehud.”

 

Chi controllava gli accessi

Il nome che ricorre con maggiore frequenza nella corrispondenza è quello di Rafi Shlomo, all’epoca direttore del servizio di protezione della missione permanente israeliana alle Nazioni Unite e responsabile della sicurezza personale di Barak. Shlomo non si limitava a coordinare la logistica: controllava l’elenco delle persone autorizzate ad accedere all’appartamento, effettuava verifiche sui collaboratori domestici e sullo staff di Epstein, e gestiva da remoto il sistema di sorveglianza installato nell’immobile.

Le email di gennaio 2016 tra Nili Priell — moglie di Barak — e un’assistente di Epstein descrivono nel dettaglio i lavori commissionati: sensori applicati alle finestre, allarmi, e un sistema di controllo accessi gestibile a distanza. Le istruzioni erano esplicite: chiunque avesse bisogno di entrare nell’appartamento doveva prima ottenere il via libera di Shlomo al consolato.

Il coinvolgimento diretto di Epstein è documentato nero su bianco. “Jeffrey ha detto che non gli dispiacciono i buchi nei muri, va tutto benissimo,” scrisse la sua assistente, confermando che il finanziere aveva personalmente approvato i lavori strutturali necessari per l’installazione dell’attrezzatura israeliana.

Una rete di contatti istituzionali

Nel gennaio 2017, con oggetto “Jeffrey Epstein RE Ehud’s apartment”, un’assistente di Epstein trasmise a Shlomo l’elenco dei dipendenti autorizzati ad accedere all’immobile, corredato di informazioni sui loro precedenti. Poche settimane dopo, la stessa persona comunicò a Epstein che Shlomo richiedeva un incontro presso la sede della missione israeliana in Second Avenue. Epstein approvò l’appuntamento senza esitazioni.

La corrispondenza proseguì per tutto il 2017, con aggiornamenti puntuali sui soggiorni di Barak e della moglie. A novembre di quell’anno, Shlomo cedette il suo ruolo a un altro funzionario israeliano, che ne continuò il lavoro.

Il caso Koren: il capo di gabinetto del Ministero della Difesa nell’appartamento di Epstein

Tra i frequentatori dell’edificio di East 66th Street compariva anche Yoni Koren, stretto collaboratore di Barak per decenni, morto nel 2023. I calendari pubblicati dalla Commissione di Vigilanza della Camera dei Rappresentanti e le email diffuse da Distributed Denial of Secrets mostrano che Koren soggiornò nell’appartamento più volte — inclusa almeno una nel 2013, quando ricopriva ancora formalmente la carica di capo di gabinetto del Ministero della Difesa israeliano. Le nuove email del Dipartimento di Giustizia rivelano che Koren continuò a utilizzare l’appartamento fino al 2019, l’anno in cui Epstein fu nuovamente arrestato e morì in carcere.

Le reazioni: Barak minimizza, Netanyahu attacca

Dopo la morte di Epstein nel 2019, Barak aveva cercato di ridimensionare la propria relazione con il finanziere, dichiarando di averlo incontrato alcune volte senza aver ricevuto da lui né sostegno economico né finanziamenti. Nessun commento è arrivato né da Barak né dalla missione israeliana alle Nazioni Unite in risposta alle nuove rivelazioni.

Sul fronte politico interno israeliano, Benjamin Netanyahu ha scelto di usare la vicenda come arma contro il suo storico avversario. Secondo il premier, il fatto che Epstein avesse un rapporto così stretto proprio con Barak — esponente di punta della sinistra laburista — dimostrerebbe che il finanziere non lavorava per Israele. Un’argomentazione che molti osservatori giudicano strumentale, e che comunque non risponde alle domande centrali sollevate dai documenti: perché apparati di sicurezza israeliani gestivano la sorveglianza in un edificio controllato da un trafficante sessuale condannato, e con quale mandato istituzionale.

 

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