La militarizzazione della società israeliana e il mandato genocida: un’analisi accademica
La questione del supporto pubblico israeliano alla guerra a Gaza e alle politiche di espulsione forzata dei palestinesi rappresenta uno snodo cruciale per comprendere come una democrazia possa trasformarsi in uno strumento di violenza di massa. Un sondaggio pubblicato da Haaretz nel maggio 2025, condotto dal professore Tamir Sorek della Pennsylvania State University tra il 10 e l’11 marzo, offre dati verificabili che richiedono un’analisi critica.
I dati del sondaggio, uno specchio della società
Il sondaggio ha intervistato 1.005 ebrei israeliani in campione rappresentativo, rivelando risultati che riflettono una radicalizzazione profonda dell’opinione pubblica. L’82% degli intervistati supporta l’espulsione forzata dei palestinesi da Gaza verso altri paesi, mentre il 47% concorda che l’esercito israeliano dovrebbe “eliminare tutti gli abitanti” di una città conquistata, sul modello di Giosuè a Gerico. Il 56% sostiene l’espulsione dei palestinesi cittadini di Israele, in drammatica ascesa rispetto al 31% del 2003.
Questi numeri non rappresentano margini estremisti: Tamir Sorek osserva che le “chiamate al genocidio hanno migrato dalle periferie verso il mainstream” della società israeliana. La radicalizzazione attraversa tutto lo spettro sociale: tra religiosi e ultraortodossi il sostegno supera il 60%, ma anche tra i laici si attesta intorno al 38%.
Amos Goldberg: dalla desumanizzazione al genocidio
Amos Goldberg, professore di storia dell’Olocausto all’Università Ebraica di Gerusalemme, collega questi dati a un processo di lungo periodo di trasformazione della società israeliana. In un saggio del 2024, Goldberg sostiene che quanto accade a Gaza soddisfa i criteri storici e giuridici del genocidio.
Per Goldberg il genocidio non richiede camere a gas, ma va letto come combinazione di uccisioni indiscriminate, distruzione materiale, deportazioni di massa, fame indotta, esecuzioni e annientamento di istituzioni culturali e religiose, sostenuti da una desumanizzazione pervasiva dei palestinesi. Egli parla di una “radicale atmosfera di desumanizzazione dei palestinesi” senza precedenti nella sua esperienza, frutto di decenni di occupazione militare, muri fisici e simbolici, e criminalizzazione collettiva dei palestinesi come gruppo ontologicamente “altro”.
Omer Bartov e la logica coloniale
Omer Bartov, professore di studi sull’Olocausto e il genocidio alla Brown University, inserisce la guerra a Gaza nella logica di lungo periodo del progetto coloniale di insediamento. In diverse interviste e interventi del 2024–2025, Bartov afferma che le politiche israeliane mostrano un chiaro intento genocidale, desumibile sia dalle dichiarazioni dei leader sia dal modo sistematico in cui si rende “inabitabile” l’intera Striscia di Gaza.
Bartov descrive una traiettoria tipica della pulizia etnica: concentrare la popolazione palestinese in aree sempre più ristrette, enclavizzarla e spingerla verso l’espulsione o una lenta morte sotto assedio. Questa dinamica è letta come continuazione della Nakba del 1948, più che come rottura rispetto alla storia del progetto sionista.
La militarizzazione come condizione strutturale
Entrambi gli studiosi sottolineano che la società israeliana è strutturalmente militarizzata: il linguaggio, l’immaginario, l’organizzazione dello spazio e della vita civile sono saturati da categorie e priorità militari. Goldberg evidenzia come il discorso politico-mediatico sia integralmente catturato da una logica di sicurezza che cancella ogni alternativa, mentre la ricerca su colonialismo e violenza mostra i nessi tra dominio militare, supremazia etnica e scivolamento verso genocidio.
Bartov, che ha studiato a lungo l’indottrinamento dell’esercito tedesco sul fronte orientale, rileva parallelismi con la socializzazione dei giovani soldati israeliani: il nemico palestinese viene rappresentato come “animale” o “meno che umano”, costruendo le condizioni culturali perché la violenza di massa appaia non solo possibile ma desiderabile.
Supremazia razziale e religiosa come fondamento
Nel quadro tracciato da Bartov, il sionismo come progetto di insediamento implica strutturalmente il trasferimento o l’eliminazione della popolazione autoctona. In presenza di una supremazia razziale e religiosa – l’idea che la vita ebraica in quanto tale valga più di quella palestinese – questa logica si radicalizza fino a sfociare nel genocidio.
Goldberg mostra come la criminalizzazione collettiva dei palestinesi renda ogni vita palestinese “condannata in anticipo”, al punto che l’uccisione di centinaia di civili per colpire un singolo comandante viene giustificata come danno collaterale accettabile, segnalando che l’obiettivo non è solo il nemico armato ma la possibilità stessa di esistenza palestinese a Gaza.

