La storia contemporanea di Israele è segnata da una progressiva radicalizzazione verso posizioni di estrema destra, processo iniziato nel 1977 quando il Likud conquistò il potere per la prima volta. Questo movimento politico, erede della corrente revisionista di Ze’ev Jabotinsky ammiratore di Mussolini, ha governato Israele per 34 dei 47 anni che vanno dal 1977 al 2024. La deriva verso il fascismo non è stata lineare, ma costante, con brevi interruzioni dovute agli effetti destabilizzanti dell’invasione del Libano nel 1982 e della Prima Intifada del 1987-1988. Questi momenti di reazione hanno brevemente riportato al potere il Partito Laborista, ma i progressi della sinistra sionista si sono ogni volta rivelati temporanei, incapaci di invertire il trend generale della società israeliana.
Il fenomeno della migrazione demografica ha ulteriormente accelerato questa radicalizzazione. Sempre più cittadini israeliani di sinistra e moderati hanno abbandonato il paese disgustati dalla deriva politica e dalla violenza sistematica contro i palestinesi, mentre contemporaneamente cittadini ebrei di destra e religiosi, inclusi coloni ultraortodossi, si trasferivano in Israele e nei territori occupati. Questa trasformazione demografica ha consolidato la narrazione di sicurezza e dominio militare come pilastri della identità nazionale israeliana. Quello che in passato era considerato l’estremo margine del sionismo revisionista ha progressivamente conquistato posizioni di potere fino a diventare mainstream nel sistema politico israeliano e nella società civile.
La culminazione di questa deriva è rappresentata dal governo formato da Netanyahu alla fine del 2022, una coalizione neofascista con ministri che hanno apertamente posizioni naziste. Lo storico dell’Olocausto Daniel Blatman dell’Università Ebraica di Gerusalemme ha affermato che questo governo ricorda effettivamente la Germania del 1933. Personaggi come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che rappresentano la continuazione ideologica di Meir Kahane e dei suoi insegnamenti razzisti, sono ora parte integrante dell’establishment di governo. Questi ministri non nascondono il loro obiettivo di “espulsione incoraggiata” dei palestinesi dal territorio, una politica che gli studiosi israeliani hanno documentato come discussa nei vertici governativi già dopo la guerra dei sei giorni del 1967.
La figura di Meir Kahane è cruciale per comprendere questa evoluzione. Kahane, dichiaratamente neo-nazista, era stato escluso dalle elezioni nel 1985 proprio per il suo razzismo dichiarato. La sua tesi centrale era che non poteva esistere uno stato simultaneamente ebraico e democratico, perché la vera democrazia occidentale richiederebbe che la maggioranza, chiunque essa sia, potesse determinare il futuro dello stato. Se gli arabi fossero stati la maggioranza, avrebbe dichiarato, avrebbero il diritto di eliminare lo stato ebraico. La sua soluzione era l’espulsione forzata dei palestinesi. Quello che era considerato anathema dal sionismo mainstream negli anni ottanta è oggi la posizione di ministri nel governo israeliano, mostrando il successo della normalizzazione delle idee kahaneiste.
Parallela a questa deriva politica è l’evoluzione della dottrina militare israeliana. La cosiddetta dottrina Dahiya, concepita dopo il ritiro dal Libano nel 2000, rappresenta un’abbandono definitivo dei principi di guerra convenzionale e delle limitazioni imposte dal diritto umanitario internazionale. Prende il nome dal sobborgo meridionale di Beirut, devastato durante l’offensiva israeliana del 2006. Sviluppata dal colonnello di riserva Gabi Siboni nel 2008 nell’Istituto di Studi per la Sicurezza Nazionale dell’Università di Tel Aviv, questa dottrina sostiene esplicitamente che Israele debba agire “immediatamente, decisamente, con una forza sproporzionata rispetto alle azioni del nemico e alla minaccia che rappresenta”. Ancora più importante, essa chiama prioritariamente a colpire gli “interessi economici e i centri di potere civile” che supportano l’organizzazione nemica.
La dottrina Dahiya non rappresenta semplicemente una strategia militare astratta, ma un’esplicita violazione dei principi fondamentali del diritto umanitario internazionale. Contraddice direttamente le Convenzioni di Ginevra e i loro protocolli aggiuntivi, che stabiliscono il principio di proporzionalità e il divieto di attacchi diretti contro civili. Siboni scriveva chiaramente che l’obiettivo era di infliggere danno a un livello tale da richiedere “lunghi e costosi processi di ricostruzione”, creando così una “memoria duratura” tra i decisori politici avversari. Questo rappresenta niente meno che la pianificazione deliberata di crimini di guerra.
La conseguenza più terribile di questa dottrina è stata la sua applicazione sistematica a Gaza nel 2008-2009, nel 2014 e soprattutto dopo il 7 ottobre 2023. L’applicazione della dottrina Dahiya al territorio più densamente popolato del mondo ha trasformato Gaza in un incubo di distruzione totale. L’integrazione di neofascisti e neo-nazisti nel governo israeliano ha significato che non vi erano più freni ideologici allo sviluppo di una strategia apertamente genocida. Il “zero risk” per i soldati israeliani, l’approccio politico di minimizzare le perdite israeliane a qualsiasi costo in vite palestinesi, ha fornito il quadro razionale per la devastazione totale.
David Cohen

