Il Somaliland rappresenta l’anomalia geopolitica più assurda del nostro tempo. Da 34 anni, dal 18 maggio 1991, questa regione del nord della Somalia si autodefinisce stato indipendente—non una mossa rivoluzionaria in un mondo dove la decolonizzazione sembrava dover compiere gli ultimi necessari passi, ma la conseguenza di tre decenni di guerra civile e crollo dello stato somalo dopo la caduta di Siad Barre. Quattro milioni e duecento mila abitanti, una capitale amministrata (Hargeisa), istituzioni, esercito professionale, addirittura una costituzione approvata per referendum nel 2001. Tutto, tranne il riconoscimento internazionale.
Per 34 anni il Somaliland è rimasto una chimera geopolitica—uno stato de facto che funziona come uno stato, ma che nessun paese ha mai ufficialmente riconosciuto come sovrano. L’Unione Africana lo ha sempre ignorato per timore di precedenti pericolosi per separatismi africani (Biafra, Tigray). La comunità internazionale ha mantenuto il principio di non secessione che risale al 1960, quando l’ex protettorato britannico e la Somalia italiana si unirono. E poi, il 26 dicembre 2025—ieri—Israele compie l’impensabile: riconosce il Somaliland come stato sovrano, diventando la prima nazione al mondo a farlo.
La dichiarazione congiunta tra Benjamin Netanyahu e il presidente Cirro è formulata negli stessi termini degli Accordi di Abramo, quell’architettura diplomatica che normalizzava le relazioni tra Israele e le monarchie del Golfo. Ma qui c’è qualcosa di radicalmente diverso: Netanyahu riconosce formalmente una secessione territoriale dalla Somalia. Somalia che, insieme a Egitto, Turchia e Gibuti, ha immediatamente condannato il riconoscimento come “atto illegale” e “attacco alla sovranità”.
Un gesto che, secondo il ministro degli Esteri egiziano, rappresenta una minaccia sistemica alla pace e alla sicurezza internazionale, perché apre la porta a tutti i separatismi africani. È come dire: il diritto internazionale sulla sovranità territoriale non vale più, o almeno non vale uguale per tutti.
UNO STATO DOVE DEPORTARE PALESTINESI, UNA BASE MILITARE CONTRO LO YEMEN E GLI HOUTHI
Dietro la retorica degli Accordi di Abramo e della “partnership strategica,” c’è una macchinazione geopolitica determinata dall’opportunismo disperato. Il Somaliland, affacciato sul Golfo di Aden, a pochi chilometri dalle coste dello Yemen controllate dagli Houthi, diventa per Israele un avamposto strategico, una base militare nascosta dietro la facciata della diplomazia.
Israele ha lanciato raid aerei dispendiosi contro obiettivi Houthi nello Yemen per mesi. Ogni incursione è un’operazione costosa, una dimostrazione della vulnerabilità strategica di Tel Aviv di fronte ai droni e ai missili del movimento sciita finanziato dall’Iran. Con una base in Somaliland, Israele potrebbe monitorare le spedizioni di armi iraniane nel Golfo di Aden, intercettare i droni Houthi, lanciare operazioni di intelligence. Avrebbe, in parole semplici, una “profondità strategica” nel Corno d’Africa.
Ma il Somaliland non è un favore gratuito. Nel febbraio 2025, Trump propose il trasferimento della popolazione di Gaza—due milioni di persone—verso paesi terzi per “emigrazione volontaria.” I termini erano una beffa linguistica: volontaria in che senso, quando la Striscia è ridotta a territorio occupato e devastato dal genocidio israeliano.
Nel marzo 2025 funzionari Usa e israeliani hanno contatto il Sud Sudan, la Somalia e il Somaliland per verificare la disponibilità ad accogliere palestinesi sfollati. Il Sudan rifiutò. La Somalia e il Somaliland fingono di non sapere nulla, ufficialmente. Ma il 26 dicembre, Netanyahu riconosce il Somaliland—primo paese al mondo e, nel comunicato congiunto, Cirro parla di “partnership strategica” e di “cooperazione in agricoltura, salute, tecnologia ed economia.”
Il riconoscimento di Israele è il prezzo pagato per trasformare il Somaliland in un campo profughi semiufficiale, un luogo dove scaricare la “questione palestinese” senza affrontarla. È un compromesso tra l’impossibilità di una soluzione a Gaza e la necessità di Israele di acquisire una base militare nel Mar Rosso per contrastare gli Houthi iraniani.
Due obiettivi con un solo colpo: una base militare e una soluzione di comodo per i palestinesi, che diventano non cittadini di uno stato, non profughi con diritti, ma “popolo trasferito” in un territorio già fragile e povero.
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LA MALDESTRA GEOPOLITICA DI UN ISRAELE AGONIZZANTE CHE PORTA L’OCCIDENTE NEL BARATRO
Benjamin Netanyahu non sta più giocando scacchi geopolitici. Sta lanciando pezzi sulla plancia e sperando che nessuno noti la disperazione dietro ogni mossa. Il riconoscimento del Somaliland non è una vittoria strategica, è la prova di un’agonia politica in corso.
Netanyahu è sottoposto a processo per corruzione. La guerra a Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, è la guerra che ha scelto di prolungare indefinitamente per mantenere la coalizione politica unita e il pubblico distratto dai suoi problemi legali. Ma la guerra non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi dichiarati: Hamas non è stato distrutto, gli ostaggi israeliani non sono stati liberati in massa, e il vicino oriente è ancora più destabilizzato di quanto fosse il 6 ottobre.
Ogni mossa di Netanyahu adesso è una mossa di un uomo in caduta. Il riconoscimento del Somaliland non stabilizza l’area; lo destabilizza ulteriormente. Crea un precedente per i separatismi africani (cosa che la Cina teme per Taiwan, cosa che molti paesi africani vedono come una minaccia alla propria integrità territoriale). Aggrava le divisioni geopolitiche globali.
E qui entra in scena l’Occidente che ha costruito la propria legittimità sulla retorica della democrazia e del diritto internazionale. Per anni, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e l’Unione Europea hanno armato Israele, finanziato le sue operazioni militari, difeso i suoi crimini di guerra nel consiglio di sicurezza dell’Onu. La Corte penale internazionale ha incriminato Netanyahu per crimini contro l’umanità nel novembre 2024; l’Occidente ha ignorato il mandato d’arresto.
L’Occidente lo segue in questa caduta. Egitto, Turchia, Arabia Saudita (le stesse monarchie che firmeranno gli Accordi di Abramo) ora vedono chiaro il gioco: Israele fa quel che vuole, il diritto internazionale non significa nulla, la sovranità è negoziabile per il miglior offerente. E se Israele può riconoscere secessioni, perché la Turchia non dovrebbe occupare il Nord della Siria? Perché la Russia non dovrebbe annettere territorio ucraino?

