Mentre il dibattito pubblico si concentra spesso sulle dinamiche militari e politiche del conflitto israelo-palestinese, il terreno dell’economia rivela un ruolo centrale, troppo spesso sottovalutato. In questo contesto, i kibbutz – spesso celebrati come modelli di socialismo e di vita comunitaria – sono in realtà stati uno strumento fondamentale del processo di colonizzazione, funzionale all’esclusione e allo sfruttamento della popolazione palestinese.
Fin dalla fine del XIX secolo, il movimento sionista ha avviato la colonizzazione della Palestina attraverso l’acquisto e l’appropriazione di terre, accelerata poi dall’occupazione britannica e dal mandato internazionale. L’obiettivo era chiaro: rafforzare la presenza ebraica e indebolire la società palestinese. In questo quadro, l’economia è diventata un campo di battaglia privilegiato, dove la conquista dei territori si è tradotta in un sistema di esclusione e sostituzione della popolazione autoctona.
I kibbutz, nati come comunità agricole collettive, non rappresentavano tanto un’esperienza socialista quanto una risposta pragmatica alle esigenze della colonizzazione. L’organizzazione collettiva e la messa in comune delle risorse servivano a ridurre i costi del lavoro ebraico, rendendo la comunità più competitiva rispetto alla manodopera araba, più esperta e meno costosa. La scelta di privilegiare il lavoro ebraico (“Jewish Labor”) e di escludere i lavoratori arabi era parte di una strategia più ampia di esclusione e controllo.

Il mito del kibbutz come comunità socialista autogestita si è affermato solo successivamente, quando il modello aveva già dimostrato la sua efficacia economica e colonizzatrice. In realtà, i kibbutz hanno sempre svolto un ruolo attivo nella costituzione di enclavi esclusivamente ebraiche, fornendo anche un numero elevato di combattenti alle organizzazioni paramilitari durante il mandato britannico. L’esclusione dei palestinesi non era solo economica, ma anche sociale e politica, e si accompagnava spesso all’uso della forza e della minaccia.
Dopo la Nakba e l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza nel 1967, il sistema di sfruttamento si è ulteriormente consolidato. Israele ha mantenuto il controllo sulle risorse naturali – acqua, petrolio, gas – e sulle principali leve economiche, rendendo la popolazione palestinese dipendente dall’economia israeliana. Le politiche di restrizione alla circolazione, alla costruzione e al commercio hanno impedito lo sviluppo di un’economia autonoma palestinese, mentre le esportazioni erano orientate verso Israele e i mercati occidentali.
La manodopera palestinese è stata integrata solo come forza lavoro a basso costo, in settori come l’edilizia, l’agricoltura e la ristorazione. I lavoratori palestinesi sono sottopagati, precari e spesso esposti a discriminazioni e abusi. Il sistema dei permessi di lavoro, controllato dall’amministrazione israeliana, è diventato uno strumento di ricatto e di controllo sociale: per ottenere un permesso, i palestinesi devono evitare qualsiasi attività politica o sindacale considerata ostile all’occupazione.
La dipendenza economica dei palestinesi è ulteriormente aggravata dalle restrizioni alla circolazione delle merci e delle persone. Le spedizioni commerciali sono soggette a controlli lunghi e costosi, mentre i punti di passaggio sono spesso chiusi per motivi di sicurezza, causando ingorghi e perdite economiche. Alcune imprese palestinesi, per sopravvivere, si sono integrate nel sistema di sorveglianza israeliano, accettando condizioni sempre più invasive.
La situazione non è migliorata dopo la creazione dell’Autorità Palestinese. L’amministrazione israeliana mantiene il controllo sulle frontiere, sulla moneta e sulla maggior parte dei territori, mentre l’Autorità Palestinese dipende in larga parte dai trasferimenti fiscali israeliani e dagli aiuti internazionali. Le crisi umanitarie, come quella a Gaza sotto blocco dal 2007, sono il risultato di un sistema che punta a mantenere la popolazione palestinese in uno stato di vulnerabilità e dipendenza.
In conclusione, l’economia palestinese è oggi presa in una guerra totale, dove le distruzioni, l’assedio e la revoca dei permessi di lavoro aggravano la situazione. I kibbutz, lungi dall’essere un modello socialista, sono stati e restano uno strumento di colonizzazione, funzionali all’esclusione e allo sfruttamento della popolazione palestinese. La questione centrale non è la ricostruzione economica, ma la protezione della società palestinese dalla spoliazione e dall’assoggettamento imposti attraverso l’economia stessa

