Gran parte della propaganda che caratterizza Israele, la propaganda sionista, ruota attorno al controllo dei significati, a una mappatura dei concetti e alla costante coniazione e stortura di etichette politiche. Fin dalle origini i movimenti sionisti hanno accostato ogni forma di nazionalismo palestinese al nazismo, sfruttando un’immagine storica del gran Mufti di Gerusalemme accanto a Hitler per alimentare per oltre settant’anni un’equazione tanto assurda quanto efficace propagandisticamente. Dinanzi la crescita del dissenso verso Israele presso le opinioni pubbliche occidentali, dissenso dovuto al gencidio, apartheid e sostituzione etnica contro i palestinesi, si è imposto uno strumento più sofisticato: l’accusa di antisemitismo, formalizzata nella controversa definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Tale definizione pretende che chi critica Israele debba, per non essere tacciato di antisemitismo, produrre un elenco equivalente di accuse contro tutte le altre democrazie del mondo, un meccanismo tanto isterico, illogico e irrazionale quanto impraticabile che finisce per proteggere Israele da ogni giudizio morale, lasciando alle organizzazioni sioniste e allo stesso governo israeliano il potere esclusivo di stabilire cosa sia legittimo dire.
Una tendenza che istituzionalizza la disuguaglianza
Il paradosso più evidente emerge quando si osserva che la stessa IHRA considera antisemita negare “il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione”, accostando due questioni distinte e sovrapponendole indebitamente, si può sostenere pienamente il diritto degli ebrei all’autodeterminazione e, allo stesso tempo, giudicare lo Stato israeliano un progetto discriminatorio, razzista e autore di un genocidio. Così come si può criticare l’Arabia Saudita senza negare per questo il diritto dei musulmani a esistere come comunità. Questa contraddizione trova conferma nella Legge fondamentale del 2018 approvata dalla Knesset che sancisce esplicitamente come il diritto all’autodeterminazione nazionale sulla terra di Israele/Palestina appartenga esclusivamente al popolo ebraico, negando di fatto lo stesso diritto alla popolazione palestinese autoctona. Se i palestinesi, presenti su quella terra da secoli, rivendicano il diritto a restarvi, vengono automaticamente etichettati come antisemiti secondo questa logica perversa, un meccanismo che finirebbe per assolvere solo chi accetta senza protestare la propria stessa espulsione, oppressione e pulizia etnica. Non stupisce che negli ultimi due anni le stesse Nazioni Unite, il suo segretario generale, diverse organizzazioni per i diritti umani, esperti di genocidio e persino il Sudafrica siano stati bollati come antisemiti dal governo israeliano per aver osato criticare le sue politiche.
Sionismo, colonizzazione e propaganda
Definire uno Stato razzista è un giudizio politico che non dovrebbe automaticamente estendersi all’intera popolazione, a meno che quella stessa popolazione non abbia democraticamente scelto, tramite voto, di segregare e discriminare altri gruppi in base a etnia o religione: proprio questo, secondo diversi sondaggi, sembra riflettere l’orientamento della maggioranza degli ebrei israeliani rispetto ai diritti negati alla popolazione araba. Guardando alla storia dello stesso sionismo le definizioni fornite dai suoi fondatori risultano tutt’altro che rassicuranti, il programma di Basilea del 1897 parlava apertamente di “colonizzazione della Palestina” da parte di lavoratori ebrei, mentre Ze’ev Jabotinsky, fondatore del sionismo revisionista, scrisse senza mezzi termini nel 1923 che “il sionismo è un’avventura coloniale” destinata a reggersi sulla forza armata. È proprio questa definizione storica, e non le formule edulcorate diffuse oggi da figure come l’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee, a restituire la reale natura del progetto sionista, un’impresa che non può separare il diritto all’autodeterminazione ebraica dalla sottrazione sistematica della terra palestinese necessaria a realizzarla.

