La proposta di legge sulla pena di morte in discussione alla Knesset segna, per molti analisti legali, un punto di non ritorno nel rapporto tra Israele e il diritto internazionale umanitario. Presentata come misura contro il “terrorismo” la norma prevede la condanna a morte obbligatoria per chi uccida cittadini israeliani per “odio” o “ostilità verso il pubblico”, senza appello né possibilità di commutazione. In apparenza neutra, la formulazione è costruita per colpire in pratica solo i palestinesi, escludendo di fatto coloni e soldati israeliani responsabili di uccisioni di palestinesi. Amnesty International sottolinea come il testo obblighi i tribunali a usare la pena capitale quasi esclusivamente contro palestinesi, trasformando il diritto penale in strumento di dominio etno-nazionalista.
Sul piano giuridico internazionale la legge appare in aperto conflitto con la Quarta Convenzione di Ginevra, che limita severamente l’uso della pena di morte da parte di una potenza occupante e vieta l’introduzione di nuova legislazione repressiva nei territori occupati. La proposta viola questi limiti perché è una norma nuova, estende la pena capitale a ipotesi come la “negligenza” e si applica solo agli omicidi di cittadini israeliani. Anche il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici è calpestato: l’articolo 6 consente la pena di morte solo per i “crimini più gravi” e secondo le leggi vigenti al momento del fatto, ma il governo intende applicare retroattivamente la norma a palestinesi accusati degli attacchi del 7 ottobre 2023, in violazione del principio di irretroattività delle pene più severe.
Il contesto rende la legge ancora più allarmante: non si tratta di una misura astratta, ma della formalizzazione di pratiche già in corso. Dal 2023 almeno 81 palestinesi sono morti in custodia israeliana, con segni compatibili con esecuzioni extragiudiziali, mentre numerosi “scomparsi” da Gaza potrebbero essere stati uccisi in detenzione. La proposta di Ben-Gvir punta a dare copertura legale a questo sistema, introducendo esecuzione per iniezione letale entro 90 giorni, senza margine di discrezionalità per i giudici, con medici coinvolti in violazione delle linee guida dell’OMS. La legge si inserisce in un più ampio regime giuridico a doppio binario – tribunali civili per israeliani, militari per palestinesi – che organizzazioni come Adalah e Euro-Med Monitor descrivono come architettura di apartheid e strumento di genocidio “per via legale”.
La reazione internazionale è stata insolitamente compatta: otto relatori speciali ONU hanno denunciato il carattere discriminatorio e arbitrario della pena di morte prevista, il Comitato contro la tortura ha espresso “grave allarme”, mentre Amnesty e altre ONG ricordano che Israele si era formalmente impegnato verso l’abolizione della pena capitale. Diversi diplomatici europei hanno avvertito che l’approvazione della legge sarebbe un “game-changer” nei rapporti con l’UE. Ma, nonostante le obiezioni dell’Avvocato generale e i timori su ostaggi e relazioni esterne, la coalizione guidata da Ben-Gvir spinge per la seconda e terza lettura. Se la legge passerà, il messaggio sarà chiaro: non si tratta più solo di violare il diritto internazionale “sul terreno”, ma di riscriverlo dall’interno, normalizzando l’uccisione dei palestinesi come atto ordinario del codice penale.

