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20 January 2026

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[Israele] Lo Stato ebraico restituisce 135 corpi palestinesi torturati: documenti e autopsie svelano orrori nei campi di detenzione di Sde Teiman

L’inchiesta di The Guardian sulle condizioni drammatiche dei corpi palestinesi restituiti a Gaza rivela un nuovo inquietante capitolo della guerra. Almeno 135 corpi mutilati di palestinesi erano stati custoditi nel campo di detenzione israeliano di Sde Teiman, già noto per le gravi accuse di torture e morti sospette in custodia. Lo confermano sia il direttore generale del Ministero della Salute di Gaza, Munir al-Bursh, sia i responsabili dell’ospedale Nasser di Khan Younis, incaricati degli esami forensi sui cadaveri.

Sde Teiman: il carcere e le accuse
Secondo quanto riferito a The Guardian, all’interno di ogni sacca mortuaria vi era un documento scritto in ebraico che legava i resti a Sde Teiman, una base militare nel deserto del Negev. Il centro, su cui era già stata aperta un’indagine interna per la morte di almeno 36 prigionieri, era stato al centro di testimonianze nel 2024: secondo whistleblower e fotografie pubblicate all’epoca, i detenuti palestinesi erano tenuti in gabbia, bendati, ammanettati, spesso incatenati ai letti d’ospedale e costretti a indossare pannolini.

I tags rinvenuti indicano non solo la provenienza ma in alcuni casi anche l’esecuzione di test del DNA sui corpi all’interno del campo stesso. Nello scorso anno, l’esercito israeliano aveva avviato un’indagine che risulta tuttora in corso, relativa a 36 prigionieri deceduti proprio a Sde Teiman.

Fotografie e testimonianze dei medici
Gli operatori sanitari di Gaza riferiscono che le fotografie dei corpi restituiti – troppo cruente per una pubblicazione – rivelano dettagli agghiaccianti: molte delle vittime avevano ancora le mani legate e gli occhi bendati, alcune col cappio al collo. Le autopsie realizzate a Khan Younis parlano di segni evidenti di tortura sistematica, di esecuzioni sommarie e ferite da arma da fuoco a bruciapelo. Medici e testimoni riscontrano inoltre corpi schiacciati dai cingoli di carri armati.

Secondo Eyad Barhoum, direttore amministrativo del complesso medico di Nasser, i corpi riportavano soltanto codici identificativi e nessun nome. Il processo di identificazione è iniziato in modo parziale, spesso con l’aiuto dei familiari, come nel caso di Mahmoud Ismail Shabat, originario di Gaza nord: il corpo del 34enne mostrava segni di strangolamento, arti schiacciati e mani legate – “Ciò che ci ha fatto più male,” racconta il fratello Rami, “è stato vedere le ferite evidenti della tortura”.

Il ruolo del campo di Sde Teiman e le richieste di indagine
Mentre vi sono prove sostanziali che molti palestinesi siano stati giustiziati, secondo The Guardian è difficile stabilire esattamente dove siano state inflitte le ferite mortali. Sde Teiman non funge solo da prigione, ma anche da “deposito” dei cadaveri palestinesi prelevati a Gaza – secondo fonti umanitarie, vi sarebbero almeno 1.500 corpi stoccati lì.

Attivisti e organizzazioni internazionali, come Physicians for Human Rights Israel (PHR), invocano un’indagine urgente. Le evidenze documentate dalle autopsie rafforzano quanto già denunciato da PHR, ovvero torture sistematiche e gravi abusi nei centri di detenzione.

Racconti dai sopravvissuti e whistleblower
Numerose sono le testimonianze dirette raccolte da The Guardian. Shadi Abu Seido, giornalista palestinese liberato dopo venti mesi tra Sde Teiman e un altro carcere, racconta di essere stato spogliato e lasciato nudo per dieci ore, detenuto per cento giorni sempre bendato e ammanettato, con torture e abusi sistematici. Altri detenuti parlano di cani usati per intimidire e umiliare, di amputazioni dovute a infezioni non curate e ferite da costrizione prolungata.

Un whistleblower sanitario israeliano ha dichiarato di aver visto prigionieri palestinesi arrivare bendati, nudi e incatenati, alcuni dei quali provenienti da ospedali di Gaza dove erano in cura per ferite da arma da fuoco o mutilazioni.

Reazioni ufficiali e mancate risposte
Ad ogni nuovo rapporto sulle condizioni di prigionia a Sde Teiman, la risposta ufficiale dell’esercito israeliano resta formale: le accuse vengono “esaminate e, se necessario, risultano in indagini penali.” Sull’origine dei corpi, l’IDF non ha voluto commentare.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato che almeno 75 prigionieri palestinesi sono morti in detenzione israeliana dopo il 7 ottobre 2023. Mentre cresce l’appello da parte di organizzazioni umanitarie e delle famiglie per un’indagine internazionale imparziale, la comunità internazionale deve ancora rispondere in modo concreto alle richieste di verità e giustizia.

L’inchiesta di The Guardian, corroborata da testimonianze, esami ufficiali, ed evidenza fotografica, pone domande cruciali sulla legalità delle pratiche di detenzione, sull’uso sistematico della violenza e sull’urgenza di accountability a livello internazionale. In uno scenario segnato da guerra e sofferenza, si solleva un grido di allarme sulle sorti dei prigionieri e sulle responsabilità che la comunità mondiale non può più ignorare.

 

 

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