Nel giugno 2025 un missile iraniano colpisce l’ospedale Soroka di Beersheba; la reazione dell’Israel Medical Association (IMA) arriva quasi immediata e chiede alla comunità medica internazionale di condannare senza ambiguità quello che definisce un crimine di guerra. Nella stessa corrispondenza, però, l’associazione riprende le narrazioni militari israeliane sugli ospedali di Gaza, distinguendo Soroka dalle strutture che, a suo dire, sarebbero state usate da Hamas per fini militari; una distinzione che, di fatto, nega agli ospedali palestinesi la stessa protezione incondizionata invocata per la struttura israeliana. Anche la World Medical Association (WMA), che sulla distruzione del sistema sanitario di Gaza si era finora espressa con un linguaggio di simmetria (rivolto genericamente a «tutte le parti»), risponde a Soroka con una condanna diretta e priva di ambiguità.
Non solo silenzio, il ruolo attivo dell’IMA nella guerra a Gaza
Da qui la domanda al centro delle richieste, sempre più numerose, di sospendere l’IMA dalla WMA (rilanciate anche da una petizione pubblicata su The Lancet): non si tratta soltanto di un’associazione che non ha condannato con sufficiente forza gli attacchi alla sanità di Gaza, in Libano e in Iran. L’IMA ha attivamente contestato le accuse di crimini di guerra e genocidio, opponendosi agli sforzi di riviste mediche e società accademiche internazionali che chiedevano un cessate il fuoco, responsabilità e boicottaggi; si è descritta essa stessa come impegnata su un ulteriore «fronte» di hasbara, incoraggiando i medici israeliani a partecipare ad attività di advocacy nei consessi professionali esteri. Ha inoltre riorganizzato le risorse sanitarie per sostenere i riservisti e le loro famiglie, e consentito che i periodi di servizio militare venissero conteggiati ai fini del completamento del tirocinio medico.
Una complicità precedente al 7 ottobre: la scuola di medicina di Ariel
Questo intreccio tra professione medica e politica di stato, del resto, non nasce con la guerra attuale. Ben prima del 7 ottobre, l’associazione aveva difeso e normalizzato la creazione di una scuola di medicina nell’insediamento illegale di Ariel, presentando come iniziativa puramente professionale e umanitaria un progetto radicato nell’espansione territoriale e nella dispossessione dei palestinesi; si è inoltre allineata, anziché opporsi, all’assedio di Gaza e alle restrizioni imposte alla mobilità dei pazienti palestinesi. Solo sotto la crescente pressione internazionale, tra richieste di sanzioni professionali e minacce di boicottaggio, l’IMA ha iniziato a pubblicare alcune richieste di chiarimento rivolte all’esercito israeliano (in seguito in parte rimosse dal proprio sito); in una di queste lettere, relativa alla morte di un medico a Gaza, l’associazione ha chiesto chiarimenti ricordando che tali informazioni sarebbero servite a tutelare quello che ha definito «il buon nome di Israele». La domanda che ne emerge, allora, non riguarda tanto il silenzio, quanto la possibilità stessa che un’associazione la quale ha ripetutamente mobilitato la propria autorità professionale per difendere la violenza dello stato possa ancora presentarsi come corpo indipendente, separato dalle politiche che ha difeso.
La petizione di The Lancet contro l’IMA

