Sparate sul cronista
Il 2025 è stato l’anno più letale di sempre per i giornalisti e gli operatori dei media. Secondo un rapporto del Committee to Protect Journalists (CPJ), 129 professionisti dell’informazione hanno perso la vita nel corso dell’anno, stabilendo un record assoluto da quando l’organizzazione ha iniziato a raccogliere dati, oltre trent’anni fa. Il dato più allarmante riguarda le responsabilità: Israele è stato autore di circa due terzi di tutte le morti registrate a livello globale, con 86 giornalisti uccisi dal fuoco israeliano, la maggior parte dei quali palestinesi che operavano a Gaza. Cinque paesi — Israele, Sudan, Messico, Russia e Filippine — sono responsabili dell’84% dei decessi totali.
Sparate sul cronista palestinese
Tra gli episodi più gravi, l’attacco del 25 agosto all’ospedale Nasser nella Striscia di Gaza, in cui almeno 20 persone sono state uccise, tra cui cinque operatori dei media, due dei quali giornalisti di Middle East Eye. L’attacco è stato condotto con la tecnica del “double-tap”: colpire lo stesso luogo in rapida successione, quando soccorritori e testimoni si radunano sulla scena. Il CPJ ha inoltre documentato una crescita globale degli attacchi con droni: dei 39 casi registrati nel 2025, 28 sono stati compiuti dall’esercito israeliano a Gaza. Le autorità israeliane hanno spesso negato di aver preso di mira giornalisti, definendoli miliziani travestiti — accuse che le organizzazioni per la libertà di stampa definiscono “campagne diffamatorie” prive di prove credibili.
Sparate sul familiare del cronista palestinese
A rendere ancora più grave il quadro è il contesto in cui operano i giornalisti palestinesi: Israele ha impedito l’accesso indipendente dei media internazionali a Gaza fin dall’ottobre 2023, lasciando ai soli giornalisti locali il compito di documentare la guerra. Sfollati, privi di aiuti umanitari adeguati e sotto pressione costante, questi professionisti subiscono anche un’ulteriore forma di violenza: secondo il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi, l’esercito israeliano ha ucciso oltre 700 familiari di giornalisti dall’inizio del conflitto. “La famiglia è diventata uno strumento di pressione e punizione collettiva”, denuncia il sindacato. Un attacco sistematico non solo alla stampa, ma al diritto fondamentale all’informazione.

