La visita e il discorso di Donald Trump alla Knesset israeliana sono sembrati più una messinscena pacchiana che un evento istituzionale di respiro internazionale. Tra cori di incitamento, applausi grossolani e ritmati a gomiti larghi, un tripudio di cravatte sgargianti e maleintonate, si è consumato uno spettacolo che ha più ricordato un matrimonio pacchiano che una seduta di un parlamento nazionale. Le invettive di Trump contro Barack Obama pronunciate con toni eccessivi e mai troppo distanti dall’ossessione e dal complesso di inferiorità sono state tra gli aspetti più grotteschi di quel pomeriggio a Gerusalemme. Un clima che sembrava più da sala di balli e cerimonie che da aula parlamentare.
Le uniche note di buon gusto e minima considerazione della realtà sono arrivate dalle contestazioni ferme di due membri della Knesset: Ayman Odeh, presidente del partito Hadash-Ta’al e noto sostenitore della causa palestinese e della soluzione dei due Stati, ha alzato un cartello con su scritto “Riconoscete la Palestina!” durante il discorso di Trump, venendo subito rimosso dall’aula e Ofer Cassif, deputato di sinistra dello stesso partito, ha provato a mostrare un cartello simile ed è stato espulso insieme a Odeh.
Entrambi appartengono a Hadash-Ta’al, una coalizione di sinistra che unisce comunisti e nazionalisti arabi. La loro rimozione, rapidissima e gestita dalla sicurezza della Knesset, è avvenuta proprio mentre interrompevano un momento in cui Trump elogiava il suo negoziatore speciale Steve Witkoff.
Dal resto dell’assemblea si sono levati cori a favore di Trump, con molti membri della Knesset che urlavano “Trump! Trump! Trump!” per sostenere il presidente americano, il quale ha ironizzato sull’accaduto commentando: “È stato molto efficiente”.
Sui social, Odeh ha scritto di essere stato rimosso “solo perché ho sollevato la richiesta più semplice, una richiesta su cui concorda l’intera comunità internazionale: riconoscere uno Stato palestinese”. Cassif ha aggiunto che non sono venuti “per disturbare, ma per chiedere giustizia”.
Una giornata che passa così alla storia non tanto per il contenuto del discorso o per la diplomazia, ma per la bizzarra scenografia e la netta frattura tra applausi incondizionati e voci di dissenso represse con la forza.

