Si chiama Eitan Bondì, ha 21 anni, abita nel cuore del Ghetto di Roma. Studente sconclusionato, lavoratore saltuario, media o alta borghesia capitolina, il culto per le armi e l’amore incondizionato per il genocidio. Il 25 aprile 2026, mentre l’Italia celebrava la Liberazione dal nazifascismo, si è avvicinato in scooter a due anziani iscritti all’ANPI, Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano, 62 e 66 anni, e ha puntato contro di loro una pistola softair sparando almeno quattro colpi. Il movente, secondo gli investigatori, è brutalmente semplice: le vittime portavano al collo il fazzoletto dei partigiani. Per questo gesto Bondì è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio, dopo che a casa sua sono stati rinvenuti coltelli e altre armi.
La scena è di una potenza simbolica devastante, quasi insostenibile nella sua chiarezza. Il 25 aprile, la data che sancisce la sconfitta del fascismo in Italia, la giornata in cui la Brigata Ebraica rivendica ogni anno il proprio posto nel corteo della Resistenza, è diventata la cornice di un agguato contro i simboli stessi di quella Resistenza. Un giovane che dichiara di aderire alla causa sionista spara contro i portatori del fazzoletto partigiano. Non c’è metafora più esplicita.
Bondì ha dichiarato agli agenti della Digos di appartenere alla «Brigata Ebraica». L’organizzazione ha smentito, precisando di aver dato ai propri aderenti l’indicazione di rispettare lo shabbat e di non partecipare alle manifestazioni. Ma la smentita formale non dissolve la sostanza politica del problema, che Gad Lerner, intellettuale ebreo e sionista dichiarato, ha avuto il coraggio di nominare senza eufemismi: «Da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che in nome dell’autodifesa minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele. Vengano disciolti questi nuclei paramilitari».
Nuclei paramilitari. Giovani che si addestrano nelle palestre romane convinti di essere soldati di Tsahal in miniatura, come ha descritto lo stesso Lerner: «militarizzati, col mito della sicurezza». Gruppi come la «Brigata Dario Vitali» che assaltano i licei, o il sedicente «Gruppo sionistico giovanile» che spedisce lettere di minacce all’ANPI. Il tutto in una città dove, appena pochi giorni prima degli spari di Parco Schuster, a Milano la Brigata Ebraica veniva scortata fuori dal corteo del 25 aprile dalla polizia antisommossa.
Ma chi si sorprende, in fondo, non conosce la storia. Il sionismo nasce come ideologia alla fine dell’Ottocento, non come progetto di pace, ma come progetto di conquista coloniale: una terra, quella palestinese, da svuotare dei suoi abitanti per riempirla di altri. Il terrorismo non è una degenerazione del sionismo; ne è il metodo fondativo. Nel 1946 l’Irgun di Menachem Begin, futuro premio Nobel per la pace, fece saltare in aria l’Hotel King David a Gerusalemme, uccidendo 91 persone. Nel 1948, a Deir Yassin, le milizie sioniste massacrarono oltre 100 civili palestinesi, uomini, donne e bambini, per seminare il terrore e accelerare la fuga della popolazione: fu la Nakba, la catastrofe, 700.000 palestinesi espulsi dalle loro case. Nel 1983 la Knesset elesse primo ministro proprio Begin; nel frattempo, il gruppo Stern aveva già assassinato il mediatore dell’ONU Folke Bernadotte nel 1948, e Yitzhak Shamir, un altro futuro premier israeliano, ne guidava l’organizzazione.
Il filo non si è mai spezzato. Dai coloni armati che bruciano i villaggi della Cisgiordania sotto la protezione dell’esercito, ai bombardamenti su Gaza che dal 2023 hanno ucciso oltre 50.000 palestinesi, più della metà donne e bambini, il sionismo ha sempre praticato la violenza come strumento politico ordinario, rivestendola di volta in volta con il lessico dell’autodifesa, della sicurezza, dell’esistenza minacciata. Eitan Bondì, nel suo piccolo, a Parco Schuster, non ha inventato nulla. Ha solo portato in una piazza italiana, con una pistola in mano e il fazzoletto partigiano come bersaglio, la logica più intima e coerente di un’ideologia che dal primo giorno della sua concezione non ha mai smesso di chiamare terrore col nome di libertà.

