La richiesta di boicottare la partecipazione di Eshkol Nevo al “Libro Possibile” si fonda su un argomento politico e morale preciso: non si tratta di censurare un autore, ma di contestare la normalizzazione di una presenza pubblica che, per i promotori dell’iniziativa, non può essere separata dal contesto di guerra in cui Israele sta operando a Gaza e nel resto della regione. Nei materiali raccolti, il punto centrale è la domanda di coerenza: chi sale su un palco internazionale dovrebbe aver espresso una presa di distanza chiara e pubblica dalle politiche del governo israeliano, dalla devastazione di Gaza e dall’espansione del conflitto.
Le ragioni del boicottaggio
Le argomentazioni più ricorrenti insistono su tre aspetti. Primo, la vicinanza di Nevo all’immaginario politico israeliano, giudicata incompatibile con un festival che vuole presentarsi come spazio di dialogo e responsabilità civile. Secondo, l’assenza di una condanna esplicita della distruzione di Gaza, che per i promotori rende insufficiente la sua distanza dal potere di Tel Aviv. Terzo, l’idea che un autore israeliano non possa essere considerato “innocuo” in un momento in cui lo Stato di appartenenza è accusato di crimini di guerra e di un progetto di occupazione prolungata. Rifondazione comunista ha tradotto questa posizione in una richiesta esplicita di esclusione come gesto concreto di solidarietà con il popolo palestinese.
Cultura e responsabilità
A rafforzare questa linea è intervenuto anche l’arcivescovo Franco Moscone, che si è schierato apertamente contro il genocidio e ha sostenuto l’appello a non ospitare Nevo senza una presa di posizione limpida. La sua presenza tra i firmatari ha dato alla mobilitazione un peso ulteriore, perché ha trasformato una protesta politica in una questione di coscienza pubblica e di responsabilità morale. I sostenitori del boicottaggio sostengono infatti che la cultura non possa fungere da schermo neutrale mentre a Gaza si consuma una catastrofe umanitaria; in questa prospettiva, la partecipazione al festival rischierebbe di diventare una forma di legittimazione simbolica.

