C’è un momento, nell’intervista di Tagadà, in cui il ministro degli Esteri Antonio Tajani smette di parlare da capo della diplomazia italiana e si trasforma in una figura assai più preoccupante: il rappresentante di un linguaggio politico che normalizza l’occupazione, minimizza l’illegalità delle colonie e scambia il diritto internazionale per un fastidio semantico. Dire che «non è una colpa essere un colono» non è una battuta infelice: è una scelta di campo, una legittimazione morale di un sistema che la comunità internazionale considera da anni contrario al diritto.
La frase pesa ancora di più perché arriva nel momento in cui la Corte internazionale di giustizia ha ribadito l’illegalità degli insediamenti nei territori palestinesi occupati e ha chiesto la fine dell’occupazione e dell’attività coloniale. Non si tratta di un’opinione militante, ma di un impianto giuridico fondato sulla IV Convenzione di Ginevra, sulle risoluzioni ONU e sulla prassi consolidata del diritto umanitario internazionale. Quando un ministro degli Esteri italiano prova a separare i “coloni violenti” dai coloni in quanto tali, come se l’espropriazione di terra, la pressione demografica e la sottrazione di diritti fossero incidenti di percorso, non sta facendo diplomazia: sta facendo rimozione politica.
Il punto non è negare la distinzione, pur reale, tra responsabilità individuali e responsabilità di sistema. Il punto è che la colonia è il sistema. L’insediamento non è un malinteso urbanistico, non è un quartiere cresciuto male, non è una comunità neutra in un territorio neutro: è l’espressione materiale di un’occupazione che la giurisprudenza internazionale considera illegale proprio perché trasforma un’occupazione temporanea in un fatto permanente. Dire che “non è una colpa essere un colono” significa occultare il nesso tra presenza civile organizzata dallo Stato occupante e violazione strutturale dei diritti della popolazione occupata.
Nella stessa intervista, Tajani prova a restringere il campo al solo ministro Ben-Gvir e alle sue responsabilità personali. Ma anche qui il problema è l’alibi che si costruisce: punire il gesto estremo per salvare il quadro generale. Si sanziona il simbolo più sgradevole, si isola il personaggio più impresentabile, e intanto si lascia intatta la cornice politica, economica e militare che rende possibile tutto il resto. È una tecnica vecchia: colpire l’eccesso per proteggere la norma. Solo che, nel caso israeliano-palestinese, la norma è già una violazione prolungata del diritto internazionale.
La debolezza della posizione di Tajani sta proprio qui: nel tentativo di apparire equilibrato mentre si accetta la grammatica del più forte. Parlare di “coloni violenti” come se il resto fosse innocente significa ignorare che gli insediamenti, per loro natura, si reggono su espropri, restrizioni di movimento, controllo del territorio, demolizioni e disuguaglianza giuridica. Le ONG e gli organismi internazionali richiamano da anni questo nesso tra colonie e violazioni sistemiche, non per esercizio ideologico, ma perché è lì che si vede come l’occupazione diventi regime.
C’è poi un dato politico che rende la frase ancora più grave: Tajani non parla da commentatore, ma da responsabile della politica estera italiana. Le parole di un ministro non servono solo a descrivere il mondo; contribuiscono a legittimarlo. E quando un ministro degli Esteri italiano riduce il problema delle colonie alla sola violenza dei singoli, mentre evita di affrontare il tema delle sanzioni al governo israeliano, degli accordi commerciali e della pressione diplomatica, manda un segnale chiarissimo: l’Italia preferisce tutelare la continuità dei rapporti piuttosto che assumere una posizione coerente con il diritto.
Il risultato è una forma di ipocrisia istituzionale. Si condanna formalmente l’eccesso, si deplora l’abuso più vistoso, si invoca genericamente la pace, ma si evita accuratamente di toccare la struttura che produce quell’abuso. È il contrario della responsabilità politica: è la gestione cosmetica del conflitto. E in una questione come quella palestinese, dove ogni parola pesa come un atto, dire che non è colpa essere colono significa rendere secondaria proprio la cosa centrale: la colonia esiste perché qualcuno la considera legittima, utile, tollerabile. Tajani, con quella frase, ha scelto di stare in quella tolleranza.

