Bint Jbeil, letteralmente «figlia del monticello», si trova a cinque chilometri dalla frontiera israeliana, affacciata sulle colline che dominano l’intero Libano del Sud. La sua posizione in altura ne fa un punto di osservazione e comando naturale su tutti i villaggi circostanti, un hub logistico ed economico per la fascia di confine, e per questo l’esercito israeliano ne ha fatto fin dall’inizio uno degli obiettivi primari della sua strategia di accerchiamento progressivo. Ma ridurre Bint Jbeil a un obiettivo tattico significa fraintendere perché questa città conta, e perché la sua caduta o la sua resistenza pesano su tutto ciò che avviene attorno al tavolo di Washington molto più di qualsiasi dichiarazione diplomatica.
Da città di confine a capitale simbolica della resistenza
Il 26 maggio 2000, il giorno dopo il ritiro israeliano dal Libano del Sud dopo diciotto anni di occupazione, Hassan Nasrallah scelse Bint Jbeil per pronunciare il suo discorso della vittoria davanti a più di centomila persone. Fu lì che coniò l’immagine della bayt al-‘ankabout, la casa del ragno: «Israele è più debole di una ragnatela», disse. Da quel momento la città smise di essere un centro abitato di confine e divenne la capitale simbolica della resistenza libanese, «sposa della resistenza» come la chiamano ancora i militanti di Hezbollah. Nel 2006 il simbolo si trasformò in epopea militare: tre tentativi israeliani di prendere la città fallirono, con pesanti perdite da entrambe le parti. L’area attorno a Bint Jbeil divenne il «cimitero dei Merkava», i carri armati israeliani. Diciassette soldati israeliani morti in quattro giorni di combattimenti urbani, e la città resistette. Quell’episodio generò quello che il giornalista militare israeliano Amir Rapaport, citato su Haaretz, definì «il complesso della tela di ragno» nel comandamento israeliano: l’incubo ricorrente di una città che non si riesce a prendere e che ogni volta restituisce l’immagine di un esercito intrappolato nella propria rete.
Sul campo prima che al tavolo: perché Bint Jbeil decide il racconto della guerra
Oggi Bint Jbeil è di nuovo sotto assedio, con oltre 560 attacchi subiti nell’ultimo mese e la popolazione in fuga verso nord. L’esercito israeliano afferma di aver quasi completato la cattura della città, dichiarando più di cento miliziani uccisi e di aver fatto irruzione nell’ospedale governativo sostenendo che venisse usato come base operativa. Hezbollah risponde rivendicando attacchi con droni esplosivi e razzi contro i mezzi israeliani, e la fonte libanese Contropiano osserva che dopo oltre un mese di operazioni offensive Israele ha guadagnato tra i tre e i sette chilometri in certi settori, «insufficienti per raggiungere l’obiettivo dichiarato di occupare stabilmente la zona fino al fiume Litani». La tattica di Hezbollah, secondo l’analisi di Tamjid Kobaissy pubblicata il 2 aprile, punta sulla creazione di sacche di combattimento urbano e su una guerra di logoramento progettata per «aumentare costantemente il costo dell’avanzata israeliana». Prendere Bint Jbeil non è per Netanyahu solo un obiettivo militare: è la cancellazione di un’immagine, il tentativo di riscrivere una sconfitta che brucia da vent’anni nella memoria dell’esercito israeliano e che costituisce, nella memoria libanese, la prova provata che la casa del ragno può reggere. È per questo che i colloqui di Washington sono secondari rispetto alla battaglia di Bint Jbeil: perché ciò che avviene sul terreno in quelle strade non è solo guerra, è la costruzione del racconto con cui entrambe le parti si presenteranno al tavolo negoziale, e poi alla storia.

