Nel quartiere di Barbour, nel centro di Beirut, cinque o sei palazzi sono sventrati da tre missili israeliani lanciati senza preavviso su un’area densamente abitata. Una scavatrice trascina i resti carbonizzati di un furgone; i residenti fuggono con le valigie fatte in fretta. «Siamo stanchi!» urla una giovane donna dai capelli rosso vivo con in braccio il cestino di un gattino. Poco più a nord, nel quartiere di Ras Beirut, sei soccorritori cercano di non scivolare nel vuoto aperto dal crollo della facciata di un palazzo di otto piani. «Tre corpi di donne sono già stati trovati e manca ancora un disperso» racconta a Liberation una giovane libanese-belga che preferisce non dare il suo nome «perché veniamo da Nabatieh e non vogliamo essere stigmatizzati come sfollati». Sopra di lei un drone ronza ancora; tutte le tubature sono esplose e pare piovere un’acqua fine dalle finestre divelte. I soccorritori riescono a estrarre soltanto un braccio strappato al disperso. Ad Ain Mreissi, nel nord della capitale, Hady guarda il paesaggio mutilato attorno a lui e già chiama tutto questo «i massacri dell’8 aprile»: «Non è solo un massacro. È una vendetta, una punizione, un crimine di guerra.»
A quell’ora di distruzione nessuno avrebbe potuto immaginare come è cominciata la giornata. Alle 10 del mattino, lungo la corniche di Sidone, nel sud del Libano, i convogli di auto che costeggiano il mare sembrano portare con sé un barlume di speranza: si crede che l’accordo di cessate il fuoco tra Stati Uniti, Israele e Iran possa trascinare anche il Libano verso la de-escalation. Ma davanti al piccolo caffè Qalaa, aperto trent’anni fa di fronte al castello di Sidone, la notte in cui si negozia quell’accordo sono già morte 8 persone e 25 sono rimaste ferite. Clienti che passano le serate al narghilè e a carte. «Io ero andato a prendere dell’acqua nel retro» racconta Louay, il cameriere originario di Deraa. Poi alle 14:10 una nuova esplosione squarcia il cielo di Sidone: più della metà delle grandi città libanesi viene colpita simultaneamente. Nabatiye, Tiro e soprattutto Beirut. L’esercito israeliano si vanta di aver condotto «100 attacchi in dieci minuti», mentre il ministero della Salute libanese definendosi «sommerso» riferisce in serata oltre 254 morti e 800 feriti.
Mentre i pompieri cercano di spegnere gli incendi e il fumo annerisce i loro volti di cenere, gli abitanti si interrogano sul senso di tutto questo. «Temevamo che una volta chiuso il fronte iraniano gli israeliani concentrassero tutte le loro forze per massacrarci» confessa il capo dei vigili del fuoco asciugandosi la fronte. Abu Hassan, un nonno con il basco che di solito a quell’ora sorseggía il caffè guardando il mare, scuote la testa davanti alla terrazza del Qalaa ancora sporca di sangue: «È questo allora il loro cessate il fuoco? Farci sparire un po’ di più?» Alcuni, come il custode Abdelhamid che ancora riesce a far lampeggiare i fari di un’auto schiacciata sotto i calcinacci, vogliono credere si tratti dell’ultimo colpo di Tel Aviv, il più violento, per poter dichiarare vittoria in una guerra dai fini militari confusi ma tollerata da Washington. Donald Trump la liquida come «delle scarammcce» precisando che il cessate il fuoco non riguarda le operazioni israeliane in Libano «a causa di Hezbollah», Netanyahu andrebbe denunciato anche per coercizione di incapace. Teheran alla fine della giornata minaccia di riprendere le ostilità «se le aggressioni contro il caro Libano non cessano immediatamente». Sotto le macerie di Ain Mreissi, nelle pietre di arenaria delle architetture centenarie, i corpi sono irriconoscibili. Le parole a quell’ora sono esaurite, a tutti. Ancora una volta a Beirut, ancora una volta laddove una cinvivenza interconfessionale dimostra che un medio oriente libero dall’occidente guerrafondaio è possibile.

