Il dossier del disarmo dei campi palestinesi in Libano resta al centro del dibattito politico. Dopo la guerra di giugno tra Israele e Iran lo smantellamento delle armi delle fazioni palestinesi è stato rinviato a tempo indeterminato, alimentando dubbi sulla reale volontà e capacità di chiudere questa pagina delicata della storia libanese.
La recente rimozione di Achraf Dabbour dal ruolo di responsabile aggiunto del dossier libanese all’interno di Fatah, decisa dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, ha accentuato le incertezze. Sebbene Dabbour mantenga la carica di ambasciatore a Beirut, la decisione riflette le profonde divisioni che attraversano Fatah, dove cresce il dissenso verso la linea politica di Abbas.
Jamal Qachmar, responsabile politico di Fatah in Libano, ha annunciato che le Forze di Sicurezza Nazionale Palestinesi saranno ora sotto il diretto controllo di Ramallah. Tuttavia, la leadership del movimento minimizza l’impatto di queste scelte sul processo di disarmo, ribadendo il sostegno alle decisioni dello Stato libanese.
Il processo di disarmo avviato a maggio è fermo, complice la richiesta palestinese di tempo per risolvere le tensioni interne. Nuove nomine sono attese, mentre il dialogo tra governo libanese e OLP prosegue a rilento.
Sul fronte delle fazioni non affiliate all’OLP, come Hamas, la situazione resta complessa. «Ci conformeremo alle decisioni dello Stato libanese», si limita ad affermare un responsabile locale della formazione islamista, che minimizza il tentennamento. «Siamo consapevoli che Israele non smetterà mai di inseguirci», aggiunge, sottolineando di non vedere alcun legame tra il tempismo di questo attacco e i dissidi interpalestinesi. Stessa posizione da parte di Fatah: «Israele non ha bisogno di alcun pretesto per colpirci. Ma la vera domanda è: l’esercito libanese è pronto a entrare nei campi palestinesi una volta per tutte?»

