“Negoziare è arrendersi”: il rifiuto di un dialogo senza forza
Mentre oggi si apre un nuovo round di colloqui indiretti tra Beirut e Tel Aviv, Hezbollah si presenta sulla scena politica libanese non come parte disposta al compromesso, ma come forza che considera questi negoziati una capitolazione mascherata da diplomazia. Il Segretario Generale Sheikh Naim Qassem (nella foto) ha parlato lunedì in un discorso televisivo di forte impatto, denunciando che l’accordo di novembre 2024, firmato indirettamente dallo Stato libanese, prevedeva tre condizioni precise: cessazione totale dell’aggressione, liberazione dei prigionieri e avvio della ricostruzione. A distanza di mesi, nessuno di questi punti è stato rispettato da Israele. Eppure, secondo Qassem, la risposta del governo libanese non è stata la pressione sul nemico, bensì la ricerca di nuove concessioni attraverso tavoli negoziali che il Partito di Dio definisce «umilianti e privi di qualsiasi leva reale». Il primo aspetto critico che Hezbollah solleva è dunque la debolezza strutturale della posizione negoziale libanese: trattare senza capacità di pressione equivale, nella lettura del movimento, a legittimare l’occupazione. «Dite che volete un cessate il fuoco — ha detto Qassem rivolto al governo — ma cosa dice l’altro lato, e quali carte avete in mano?» La risposta implicita è che le uniche carte spendibili sono quelle militari della Resistenza, che il governo invece tenta di neutralizzare.
Lo Stato complice, quando Beirut diventa strumento di Israele
Il secondo aspetto critico riguarda il rapporto tra il governo libanese e Hezbollah, che Qassem descrive come profondamente compromesso da pressioni esterne. Il movimento accusa esplicitamente Washington e Tel Aviv di aver architettato una strategia in due tempi: rafforzare l’esercito regolare libanese sul piano materiale e politico, per poi utilizzarlo come strumento per disarmare e criminalizzare la Resistenza. In questo schema, la decisione del governo del 2 marzo con cui i combattenti di Hezbollah sono stati di fatto dichiarati fuorilegge rappresenta, secondo Qassem, un «pugnale nella schiena» della Resistenza, adottato senza alcun consenso nazionale. «Non è valida quella decisione, e l’autorità non ha il diritto di prenderla senza un consenso nazionale», ha dichiarato il leader, chiedendo esplicitamente al presidente Joseph Aoun e al premier Nawaf Salam di revocarla. Il paradosso che Hezbollah denuncia è che lo stesso Stato che non ha saputo o voluto difendere il territorio dall’aggressione israeliana ora si mobilita per limitare l’unica forza che, a suo dire, ha contenuto le perdite. Qassem ricorda che quando l’esercito libanese si è dispiegato a sud del Litani, fu proprio grazie alla cooperazione con la Resistenza: «Non accadde nemmeno un incidente». Criminalizzare oggi quella stessa Resistenza significa, nell’analisi di Hezbollah, servire gli interessi del nemico più che quelli del Libano.
“La Grande Israele” e la guerra esistenziale, nessuno spazio per la resa
Il terzo aspetto critico, il più radicale, riguarda la natura stessa del conflitto in corso. Per Hezbollah non si tratta di una questione di sicurezza al confine nord di Israele, né di una disputa territoriale circoscritta al sud del Libano. Qassem inquadra l’intera offensiva israeliana nel progetto espansionista della «Grande Israele», sostenendo che l’obiettivo dichiarato di Tel Aviv, con il pieno sostegno americano, è eliminare ogni forma di resistenza organizzata in Libano come preludio all’annessione. «Tutto il Libano è nel mirino», ha affermato con nettezza. In questo scenario esistenziale, i negoziati aperti oggi appaiono agli occhi di Hezbollah non solo inutili ma pericolosi: offrono a Israele una legittimazione diplomatica mentre l’occupazione militare prosegue sul campo. La posizione del movimento è netta: prima l’implementazione integrale dell’accordo di novembre, ritiro completo, liberazione dei prigionieri, ricostruzione e solo dopo qualsiasi discussione sul futuro politico interno. «Siamo i proprietari di questa terra», ha concluso Qassem, «e non abbasseremo la testa. O la vittoria, o il martirio».

