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14 July 2026

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[Libano] Non solo Hezbollah: quando i villaggi sciiti diventano il bersaglio

Quando il ministro della sicurezza di Israele, Itamar Ben Gvir, invoca l’arresto delle donne e dei giovani appartenenti alle famiglie di Hezbollah come strumento di pressione sulla resistenza libanese, non si tratta più di una strategia militare convenzionale. È una dichiarazione politica esplicita: i civili, le famiglie, i villaggi e l’intera comunità sciita del Libano meridionale sono diventati obiettivi legittimi. Il ministro della Difesa Yoav Katz ha già affermato che i centinaia di migliaia di residenti sciiti sfollati dal sud del paese non potranno tornare nelle loro case a sud del fiume Litani finché non sarà garantita la sicurezza dei cittadini israeliani del nord. Netanyahu e altri esponenti del governo hanno poi annunciato la demolizione accelerata dei villaggi di confine secondo il modello Gaza. Non si parla più solo di Hezbollah: si parla di un’intera popolazione, delle sue case, del suo diritto al ritorno.

Punizione collettiva e distruzione sistematica

Il principio della punizione collettiva emerge con chiarezza nei quartieri meridionali di Beirut. Durante la guerra del 2006, il capo di stato maggiore israeliano Dan Halutz ordinò la distruzione di dieci edifici nel sobborgo di Dahiye per ogni razzo lanciato su Haifa. Nella guerra attuale, il ministro Smotrich ha invocato la distruzione di dieci edifici per ogni drone e cento per ogni soldato israeliano colpito. A questo si aggiungono gli attacchi documentati contro operatori sanitari, ambulanze e giornalisti: i reporter Ali Shaib, Fatima Fatwani, Mohammad Fatwani e Amal Khalil sono stati uccisi in attacchi mirati ai loro veicoli nel sud del paese. Anche siti archeologici a Tiro, patrimonio della memoria libanese e mondiale, sono stati danneggiati. Si tratta, come ha definito il leader della resistenza Naim Qassem, di una minaccia esistenziale all’intera comunità.

Chi deve chiedere protezione, e a chi

In Libano ogni comunità, quando ha percepito un pericolo esistenziale, si è rivolta ai propri referenti più forti. La chiesa maronita di Bkerké ha interpellato il vaticano, la Francia e gli Stati Uniti negli anni della tutela siriana. L’establishment sunnita ha chiesto all’ONU e alla Lega Araba di intervenire dopo l’assassinio di Hariri, ottenendo una commissione d’inchiesta internazionale e un tribunale speciale. La domanda legittima è perché agli sciiti libanesi si chiede di morire nel nome di uno Stato che non li protegge? Il Consiglio Islamico Sciita Supremo, fondato da imam Musa al-Sadr proprio per difendere questa comunità dovrebbe oggi convocare un’assemblea rappresentativa e rivolgere formalmente alla Repubblica Islamica dell’Iran una richiesta di protezione, non come atto di sudditanza ma come esercizio del diritto di ogni comunità minacciata a cercare alleati. La differenza tra ingerenza e risposta, si argomenta, sta proprio nella richiesta esplicita. Finché questa non arriva, l’Iran resta intrappolato tra l’accusa di interferenza e quella di abbandono, mentre i civili sciiti rimangono soli di fronte a una macchina militare che ha fatto della loro esistenza collettiva un obiettivo.

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