“Un bersaglio alla volta”: come la logica del “missione per missione” ha permesso ai liberali israeliani di partecipare al genocidio
Yuval Abraham, giornalista e attivista residente a Gerusalemme che già da tempo lavora con +972 e Local Call, parte da un’esperienza personale: qualche mese dopo l’7 ottobre, si iscrive a un corso introduttivo sul genocidio presso l’Open University of Israel. In quella aula virtuale — una ventina di studenti ebrei-israeliani — il docente esordisce con un’affermazione provocatoria ma oggi tragicamente rilevante: entro la fine del semestre, assicura, gli studenti comprenderanno che Israele non sta commettendo genocidio a Gaza. Secondo quel docente, il fatto che le operazioni militari israeliane abbiano un “obiettivo bellico” specifico impedisce di qualificare l’azione come genocidio, perché manca l’“intenzione di distruggere un gruppo come tale” — criterio cruciale per la Convenzione sul genocidio. (+972 Magazine)
Ma Abraham, già autore di diverse indagini che hanno messo in luce la politica israeliana di “fuoco aperto” sulla Striscia, non si accontenta di questa narrazione: intervistando decine di militari, comandanti, ufficiali dell’intelligence (alcuni dei quali divenuti whistleblower), l’autore raccoglie testimonianze che descrivono un meccanismo sistematico di violenza che si auto-legittima, incassando il passaggio da “operazione militare” a genocidio sotto forma di “missione per missione”.
La logica missione-per-missione
È questo il nocciolo dell’inchiesta: attribuendo a ciascuna morte (o attacco) un obiettivo militare — anche se vago, incerto, o basato su informazioni carenti — si costruisce una serie di atti isolati che, presi uno per uno, non sembrano parte di un disegno “genocidario”. Ma nell’insieme, essi compongono una catena di distruzione che dissolve la popolazione palestinese.
Esempi concreti:
- Dopo l’7 ottobre, all’esercito israeliano fu concessa la libertà di “sacrificare” fino a 20 civili in un attacco pur di eliminare un sospetto militante “di basso livello”, o anche centinaia se si puntava a figure di Hamas di livello più elevato. Spesso questi attacchi avvenivano in case civili dove non si segnalava attività militare. Tuttavia, la semplice esistenza di un presunto “bersaglio” era, per molti militari intervistati da Abraham, sufficiente a giustificare qualsiasi numero di morti collaterali.
- Un militare descrive come il suo battaglione abbia utilizzato droni telecomandati per sparare contro civili — donne, bambini — che tentavano di tornare alle loro case distrutte in zone occupate. Nell’arco di mesi, queste operazioni hanno causato la morte di circa 100 civili. La motivazione? “Rendere il quartiere vuoto” per proteggerlo dalla resistenza e per favorire il controllo militare.
- Un’altra testimonianza racconta il bombardamento intenzionale di un intero isolato residenziale — con più edifici e un grattacielo — sapendo in anticipo che l’operazione avrebbe fatto fino a 300 vittime civili. Ma, secondo chi la condusse, l’azione era giustificata dall’intelligenza che indicava che un comandante di Hamas poteva trovarsi nascosto nei sotterranei. Non essendoci certezza, tutto l’isolato fu annientato. Pur ammettendo che si trattò di una carneficina, l’intervistata sosteneva che “non era stato l’obiettivo destinato” colpire così tanti civili: l’obiettivo era individuare e colpire il comandante.
Questa mentalità — in cui ogni attacco è considerato come un compito puntuale — permette a individui “normali” di partecipare a violenze di massa senza sentirsi complici di genocidio. Non sono “gli uomini del male”, ma esecutori di missioni “necessarie”. La parcellizzazione delle operazioni consente di evitare la messa a fuoco sull’intenzionalità sistemica.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale e dell’analisi dei dati
Il contesto tecnologico rafforza questa fabbrica di morte. Abraham ricorda come l’uso di algoritmi, big data e sistemi automatizzati abbia permesso di mappare in tempo reale edifici, occupanti, movimenti. Tali strumenti generano una cascata di “giustificazioni militari” apparenti, che fungono da velo legale su decisioni che sono di fatto politiche e distruttive. In altre parole, l’obbligo del diritto internazionale di colpire solo bersagli militari viene deformato in uno strumento che accelera il massacro.
Un elemento citato da altre indagini — anche se non nell’articolo originale — rafforza questa tesi: gli attacchi israeliani sono assistiti da tecnologie sviluppate da giganti del tech (come Microsoft, Google) e infrastrutture cloud. In alcuni casi, queste tecnologie vengono impiegate per sorveglianza di massa, targeting AI e identificazione rapida di obiettivi. (Common Dreams)
Oltre gli atti: il disegno genocidario
Abraham mette in guardia contro un fraintendimento: concentrarsi solo su come migliaia di attacchi “di missione in missione” accumulino il disegno complessivo, rischia di perdere di vista le parole e le intenzioni dei decisori. Per molti leader israeliani, la morte di massa non è effetto collaterale: è il fine.
La strategia comprende:
- La creazione deliberata della carestia e del collasso umanitario.
- Il bombardamento dei corridoi umanitari, impedendo l’accesso degli aiuti.
- La demolizione sistematica delle infrastrutture e delle città, la spinta all’espulsione forzata e alla pulizia etnica.
- Le dichiarazioni pubbliche che fanno della distruzione e dello spopolamento un obiettivo politico: Netanyahu ad esempio ha ribadito che “continuiamo a demolire le case; non avranno dove tornare”. Un ex capo dei servizi di intelligence, Aharon Haliva, ha detto: “Per ogni israeliano morto il 7 ottobre, 50 palestinesi devono morire… Non importa se sono bambini o no… devono sentire il prezzo.”
Così, la logica missione-per-missione non è alternativa al genocidio: lo alimenta e lo copre. I discorsi genocidari e le operazioni mirate si intrecciano e si rinforzano a vicenda, ampliando la platea di chi partecipa all’azione distruttiva.
Deumanizzazione e paradigmi morali
Al centro di questa macchina c’è la deumanizzazione: i palestinesi non sono persone, ma “punti dati” in un sistema algoritmico che calcola “danni collaterali”. In questo schema – osserva Abraham – un attacco che uccide centinaia di civili può essere percepito come “normale” se giustificato come parte di un’operazione.
Colpisce, inoltre, la simmetria narrativa con la Shoah: molti israeliani usano il linguaggio dell’Olocausto per leggere gli eventi — e a volte per legittimare le proprie scelte — mentre la Palestina deve spesso tradurre il proprio dolore attraverso quella cifra per essere “ascoltata” come comunità vittima.
Guardare la complessità del bosco, non solo gli alberi
Abraham ci invita a un cambio di prospettiva: smettiamola di considerare gli attacchi sporadici come mosse isolate. Dietro ciascuno di essi c’è una cornice strategica più grande — e consapevole — che mira non solo a sconfiggere Hamas, ma a cancellare il popolo palestinese da Gaza.
Nel momento in cui Israele ricorre a una logica che permette “normali cittadini” di fare la guerra in nome di “missioni” apparentemente legittime, senza mai guardare attraverso l’insieme, stiamo assistendo a una forma sofisticata di genocidio. È urgente che il mondo non perda la prospettiva: non è la somma delle missioni che uccide, ma la volontà politica che le coordina.

