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15 January 2026

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[Palestina] All’Onu la soluzione dei due stati a tempo scaduto, la scomposta reazione di Israele

Buona parte del mondo lunedì all’assemblea generale delle Nazioni Unite abbraccerà la soluzione dei due Stati. Non lo farà non per un posizionamento anti israeliano, sono paesi, vedi la Gran Bretagna, che hanno incentivato e consentito prima di tutti la nascita di Israele, ma perché rappresenta l’unico quadro immediatamente percorribile per porre fine al genocidio in atto.
A dare l’avvio all’iniziativa Francia e Arabia Saudita con l’obiettivo di rilanciare la soluzione dei due Stati per il conflitto israelo-palestinese. Si attende un’ondata di riconoscimenti di uno Stato palestinese solo formale: Canada, Australia, Portogallo, Belgio, Spagna e altri paesi hanno annunciato la loro adesione all’iniziativa, e si attende che anche il Regno Unito faccia lo stesso. Nei corridoi diplomatici si mormora che possano arrivare a 142 (su 193) gli stati che riconosceranno la Palestina.
La risposta di Israele è rimasta invariata: il rifiuto. L’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon ha liquidato la mossa come “teatro” e “festival.” Ma più Israele insiste con questa retorica, più appare Israele scollegata dalla realtà e legata a doppio filo alle velleità egemoniche dei soli Usa.

La lettura distopica dei fanatici al governo di Israele e di quei pochi esaltati che sostengono il genocidio parla di “ricompensa per Hamas” e di  uno Stato al posto di Israele, i paesi che riconosceranno invece la Palestina intendono invece uno stato  accanto ad esso. Israele oggi fatica a comprendere che il mondo che riconoscerà la Palestina non è contro di esso e accusa tutti di antisemitismo coltivando l’amara illusione di poter sopravvivere come una sorta di “Sparta”. I paesi che risconosceranno la Palestina lo faranno in base alla risoluzione Onu del 1967, la 242, che vorrebbe Gerusalemme est capitale del tardivo nascente stato e una “giusta soluzione per il problema dei profughi”. Una mappa lontana dalla realtà sul territorio che vede una azione di conquista senza soluzione di continuità dalla fondazione di Israele ad oggi.

Questa volta, la comunità internazionale è decisa e non è spaventata dallo scollamento del blocco occidentale. Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha dichiarato che non c’è motivo di temere le minacce israeliane di ritorsione, e in Israele alcune voci – incluso lo stesso Netanyahu – parlano apertamente di un problema di “diplomazia pubblica.”

Israele ha elaborato diverse opzioni di ritorsione contro la Francia e altri Paesi che hanno riconosciuto la Palestina, percependo questa mossa come una minaccia alla sua sicurezza e sovranità. Tra le misure ipotizzate figurano l’accelerazione dell’annessione della Cisgiordania, la possibile chiusura del consolato francese a Gerusalemme e la confisca di beni francesi, tra cui il santuario di Eliona. Questa strategia riflette la volontà di Israele di reagire duramente a quella che considera una delegittimazione. La Francia ha risposto con fermezza, minacciando di rifiutare la chiusura del consolato e valutando l’espulsione di diplomatici israeliani, oltre a possibili misure economiche severe. Il ministro francese Barrot ha confermato l’impegno di Parigi a sostenere la soluzione a due Stati, chiedendo una immediata de-escalation.

Israele oggi non ha un problema di hasbara, di propaganda, bensì di comprensione. Per il mondo civile non è giustificabile una indotta carestia di massa e un genocidio con l’uccisione di oltre 70.000 palestinesi, inclusi migliaia di bambini, accompagnati da frasi come “a Gaza non ci sono innocenti,” dichiarazioni di espulsioni di massa e assurdità su una presunta “opportunità immobiliare.”

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