Il 6 gennaio mattina, mentre 8.000 studenti seguivano le lezioni, l’Università di Bir Zeit è stata trasformata in una zona di conflitto. Circa 20 jeep militari israeliane hanno sfondato i cancelli principali del campus, sparando munizioni vere, granate stordenti e gas lacrimogeni. Almeno 41 persone sono rimaste ferite, di cui 11 ospedalizzate. Ciò che rende questo episodio senza precedenti è che per la prima volta i soldati israeliani hanno aperto il fuoco all’interno di aule mentre le lezioni erano in corso.
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La Società della Mezzaluna Rossa Palestinese ha confermato che cinque studenti sono stati colpiti da proiettili veri, quattro hanno subìto infiammazione delle vie respiratorie da gas lacrimogeno, e due sono stati feriti da cadute durante la fuga dal campus. L’operazione ha avuto luogo durante un evento di solidarietà organizzato dagli studenti con i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. All’interno del campus era prevista anche la proiezione del documentario “Hind Rajab”, che racconta la storia di una bambina di sei anni uccisa durante i bombardamenti a Gaza.
“Siamo entrati nelle aule e i soldati sparavano munizioni vere,” ricorda con voce tremante uno studente testimone dell’accaduto, citato dalle agenzie internazionali. “Non era gas lacrimogeno, non erano granate stordenti. Erano proiettili veri diretti verso di noi mentre eravamo seduti nei banchi. Molti di noi non sapevano cosa fare, altri correvano cercando riparo negli angoli più nascosti dell’università.”
Un altro testimone, la funzionaria delle relazioni pubbliche dell’ateneo Nirdin Al-Mimi, ha dichiarato che i militari hanno sfondato il cancello principale, invaso diversi edifici e facoltà, confiscato attrezzature appartenenti al movimento studentesco, e arrestato il vice rettore Assem Khalil. Secondo le testimonianze, i soldati hanno sparato “indiscriminatamente” dentro il campus, creando panico tra studenti e docenti.
Talal Shahwan, rettore dell’università, ha dichiarato in conferenza stampa: “Sfortunatamente, l’università è stata un bersaglio ricorrente, ma questa volta la brutalità ha superato ogni limite. È la prima volta che i militari entrano durante le lezioni e sparano munizioni vere. Non si tratta di un fatto isolato, è parte di una strategia sistematica”. Shahwan ha sottolineato che l’assalto rappresenta una violazione flagrante e deliberata della sacralità delle istituzioni educative e della Convenzione di Ginevra, e vieta chiaramente gli attacchi alle scuole e alle università.
L’esercito israeliano ha giustificato l’operazione affermando che stava rispondendo a un “raduno di sostegno al terrorismo” presso l’università. Tuttavia, i testimoni presenti e i documenti universitari riportano che gli studenti stessero semplicemente partecipando a un evento pacifico di solidarietà con i prigionieri palestinesi, un diritto fondamentale di espressione in qualsiasi democrazia.
Il contesto: anni di raid e repressione
Questo non è il primo assalto a Bir Zeit. Nel settembre 2024, le forze militari israeliane avevano già confiscato proprietà del consiglio studentesco. L’università, fondata nel 1924, è considerata una delle istituzioni educative più prestigiose della Palestina e un centro di ricerca e attivismo pacifico. Negli ultimi anni, il campus è diventato un bersaglio regolare delle operazioni militari.
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La Campagna per il Diritto all’Istruzione dell’Università di Bir Zeit documenta che almeno 115 studenti sono stati arrestati dal 7 ottobre 2023. Molti di loro hanno riferito di aver subito torture durante le detenzioni. Per i giovani palestinesi, come spiega un’analisi psicosociale pubblicata su Frontiers in Psychology, l’istruzione rappresenta “il percorso verso l’occupazione e un mezzo per sostenere le famiglie. Tuttavia, ora c’è un’ansia diffusa tra gli studenti, poiché nessun luogo è sicuro dall’aggressione israeliana”.
L’impatto psicologico sugli studenti
Gli studenti intervistati dalle agenzie internazionali raccontano il trauma vissuto durante il raid. Uno di loro afferma: “Abbiamo sentito spari. Non sapevamo se erano proiettili veri o se stavamo sognando. Il nostro primo istinto era proteggere la testa. Alcune persone gridavano, altre correvano, altre cercavano di aiutare i feriti. È stato il momento più spaventoso della mia vita universitaria”.
Un altro studente testimone ha dichiarato: “L’università era una scuola… uno spazio dove ci sentivamo al sicuro. Ora non è più così. Se non siamo al sicuro nemmeno qui, dove possiamo esserlo? Questa sensazione di non avere un luogo sicuro ci consuma psicologicamente ogni giorno”.
Ricerche accademiche sullo stress traumatico continuo dei giovani palestinesi indicano che episodi come questo generano “ipervigilanza adattiva” e “traumi intergenerazionali”. Gli studenti sviluppano una percezione persistente di minaccia, persino negli spazi che dovrebbero essere protetti dalle convenzioni internazionali.
La dichiarazione dell’università
In una dichiarazione ufficiale, l’amministrazione dell’università ha affermato: “L’invasione del campus in piena luce del giorno e la sua trasformazione in una zona militare signifca una strategia sistematica volta a instillare paura negli studenti, a minare il loro diritto all’istruzione e ad attaccare l’identità palestinese”. L’ateneo ha invocato il sostegno delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, sottolineando che queste azioni violano tutte le norme e gli accordi internazionali che proteggono le istituzioni educative.
Il Ministero dell’Educazione e dell’Istruzione Superiore palestinese ha condannato il raid, affermando che questi attacchi non “diminuiranno la determinazione degli studenti e del personale palestinese”, ma rimangono impegnati nella missione di conoscenza e apprendimento.
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