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14 July 2026

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[Palestina] Barghouti picchiato, isolato, abbandonato: tre aggressioni in un mese che il mondo non può ignorare

Marwan Barghouti, il leader palestinese di Fatah detenuto dal 2002, è di nuovo al centro di gravi denunce di violenza. Tre aggressioni tra marzo e aprile 2026, un isolamento prolungato senza accesso adeguato alle cure mediche, pestaggi durante i trasferimenti tra istituti di pena: questo è il quadro che emerge dalle testimonianze del suo team legale e dei familiari. Un quadro che i suoi sostenitori descrivono non come una serie di incidenti isolati, ma come una strategia deliberata per ridurre al silenzio uno degli esponenti più influenti della causa palestinese.

“Solleva serie preoccupazioni per la sua sicurezza”

L’avvocato della difesa ha usato parole nette per descrivere la situazione del suo assistito: le condizioni di detenzione attuali, ha dichiarato, «sollevano serie preoccupazioni per la sua sicurezza». Secondo il team legale, Barghouti sarebbe stato aggredito fisicamente in più occasioni nell’arco di poche settimane, senza che gli fosse garantita alcuna forma di assistenza medica adeguata. Le visite degli avvocati sarebbero state ostacolate, le informazioni sullo stato di salute filtrate con difficoltà. L’accesso alla documentazione degli episodi sarebbe stato sistematicamente negato, rendendo quasi impossibile qualsiasi forma di tutela legale. Secondo la difesa, si tratta di un trattamento che viola apertamente le norme internazionali sui diritti dei detenuti e che configura, nei fatti, una condizione di tortura prolungata.

Otto guardie, un trasferimento, ore di incoscienza

La testimonianza più devastante arriva direttamente dal figlio, Arab Barghouti, che ha ricostruito uno degli episodi più gravi con dettagli precisi: «È stato aggredito quattro volte, e l’ultima è avvenuta durante il trasferimento dal carcere di Ramon a quello di Megiddo. È stata un’esperienza terribile, durante la quale è stato attaccato da otto guardie carcerarie che lo hanno picchiato, provocandogli gravi ferite. Ha perso conoscenza per diverse ore dopo l’aggressione». Un’aggressione avvenuta lontano dagli occhi del pubblico, nei corridoi anonimi di un trasferimento carcerario, senza testimoni indipendenti, senza assistenza medica immediata. Le ricostruzioni dei familiari parlano anche di costole rotte e di un corpo provato da anni di detenzione dura, reso ancora più vulnerabile dall’isolamento e dalla privazione.

“Pratiche di tortura che fanno paura”

Fadwa Barghouti, moglie di Marwan e da anni voce instancabile della sua causa, ha descritto pubblicamente ciò che accade nelle carceri israeliane ai detenuti palestinesi con parole che non lasciano spazio all’ambiguità: le «pratiche di tortura, gli abusi, le violenze commesse ai loro danni» sono, a suo dire, qualcosa di «spaventoso». Le sue denunce si inseriscono in un racconto più ampio, che riguarda non solo il marito ma l’intero sistema detentivo israeliano e le condizioni a cui sono sottoposti migliaia di prigionieri palestinesi, in particolare dopo il 7 ottobre 2023. Il caso Barghouti, per la sua visibilità internazionale, è diventato un simbolo di quella condizione: un uomo che molti considerano un potenziale protagonista di qualsiasi futura soluzione politica, tenuto in isolamento e sottoposto, secondo le denunce, a violenze sistematiche. La famiglia chiede un intervento urgente della comunità internazionale e l’accesso immediato di osservatori indipendenti.

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