Negli ultimi giorni la Cisgiordania è precipitata in una spirale di violenza che i quotidiani israeliani come quelli arabi descrivono ormai come un possibile preludio a una nuova rivolta palestinese. Il 24 luglio, nel villaggio di Tell, vicino Nablus, uno scontro tra coloni armati e residenti palestinesi si è concluso con quattro uomini palestinesi e due israeliani uccisi; da allora l’esercito israeliano ha lanciato un’ampia operazione, con decine di case perquisite e almeno 70 palestinesi arrestati, mentre i coloni hanno risposto dando fuoco a case, campi e almeno due moschee. Chi parla di «terza intifada»
Il termine circola da anni sulle pagine di Haaretz, che nel 2023 riferiva l’allarme lanciato dalla CIA su una possibile terza intifada nei Territori. Oggi, di fronte all’escalation di luglio, tra gli analisti c’è chi teme lo stesso innesco inquato in circa settanta villaggi palestinesi si sono formati comitati di autodifesa armati. Nella Knesset, il parlamento israeliano, il deputato Gilad Kariv ha accusato apertamente Netanyahu e il ministro Smotrich di spingere deliberatamente il paese verso una terza intifada per ragioni elettorali e ideologiche, mentre fonti militari citate da Al Jazeera parlano di un livello di allerta ai massimi storici.
Anche il quotidiano libanese Al Akhbar, vicino alla coalizione che fa perno su chi difende il Sud del Paese dei cedri, quotidiano da sempre attento alle dinamiche della resistenza armata, usa da tempo lo stesso lessico. In un’analisi dal titolo «La Cisgiordania: l’inizio di un’intifada», la testata beirutina descrive la crescente inquietudine israeliana di fronte a una rivolta che, questa volta, vedrebbe protagonisti combattenti giovani, mobili e capaci di ispirare altri, e attribuisce parte della responsabilità a Jihad Islamica e Hamas, accennando anche a un possibile ruolo di Iran e Hezbollah nella sua formazione; ma il punto che la testata sottolinea con più insistenza è la debolezza dell’Autorità Palestinese, ormai incapace, a suo giudizio, di continuare a svolgere quello che definisce il ruolo di appaltatore della sicurezza per conto dell’occupazione. In un’altra analisi, intitolata «Due decenni di consapevolezza: la Cisgiordania riproduce la propria intifada», Al Akhbar cita il ricercatore Ahmad al Madhoun, secondo cui le premesse di oggi coincidono con quelle del 2000, perché Israele non intende offrire ai palestinesi né uno Stato né trattative credibili che coprano il proprio progetto di espansione degli insediamenti; da qui la conclusione che le stesse premesse portino inevitabilmente agli stessi esiti.
Le cause: insediamenti, elezioni, collasso dell’Autorità palestinese
Le cause indicate dagli osservatori convergono. Da un lato l’espansione record degli insediamenti, Peace Now e Kerem Navot calcolano che il governo attuale abbia portato avanti un’annessione di fatto della Cisgiordania a un ritmo senza precedenti, con gli avamposti dei coloni che ormai controllerebbero quasi un quinto del territorio. Dall’altro pesa il calendario elettorale, Israele voterà a ottobre, i palestinesi a novembre, e diversi analisti notano che il governo Netanyahu, in caduta nei sondaggi, tende a trasformare ogni episodio di violenza in una prova di forza da esibire agli elettori più radicali. Al Jazeera aggiunge un dato strutturale: la violenza dei coloni contro i villaggi palestinesi è aumentata del 63 per cento nel primo semestre del 2026. Al Akhbar, dal canto suo, insiste su un altro fattore: il logoramento dell’immagine di invulnerabilità di Israele dopo i confronti ripetuti con Gaza, e il declino di legittimità dell’Autorità Palestinese agli occhi della propria popolazione, che spingerebbero sempre più giovani verso l’iniziativa individuale armata piuttosto che verso i partiti organizzati. Repressione e trasformazione demografica del territorio
È qui che il dibattito diventa più aspro. Amnesty International sostiene che gli spostamenti forzati di comunità palestinesi nell’Area C non siano incidenti isolati ma parte di una strategia governativa deliberata, definita pulizia etnica, funzionale ad accelerare annessione ed espansione degli insediamenti. Nello stesso periodo il governo israeliano ha approvato in una sola seduta trentaquattro nuovi insediamenti, il numero più alto mai autorizzato in un’unica riunione di gabinetto, mentre il ministro Smotrich ha annunciato di aver unilateralmente annullato l’accordo di Hebron del 1997, sottraendo al municipio palestinese l’autorità urbanistica sulla città vecchia. La Corte Internazionale di Giustizia si era già espressa nel 2024, giudicando illegale la presenza israeliana nei territori occupati.
Le voci di segno opposto
Il governo israeliano respinge questa lettura. Netanyahu ha derubricato la violenza dei coloni a fenomeno marginale, opera di «centocinquanta o giù di lì delinquenti minorenni», e presenta le operazioni militari come legittima risposta antiterrorismo dopo l’uccisione dei due israeliani a Tell. Da questa prospettiva gli arresti di massa e i blocchi ai villaggi sono misure di sicurezza necessarie, non una strategia di sostituzione demografica.
Quando potrebbe scoppiare
Nessuna fonte, israelian come araba, indica una data precisa. Il consenso implicito è che il rischio massimo si concentri nella finestra tra le elezioni israeliane di ottobre e quelle palestinesi di novembre, in coincidenza con un’Autorità Palestinese sempre più delegittimata. Più che una previsione puntuale, ciò che emerge dai media di tutte le sponde, comprese quelle più distanti tra loro, è la sensazione condivisa che la miccia sia già accesa, manca solo l’episodio che la farà esplodere definitivamente.

