Il 28 maggio, la giornalista franco-algerina Amira Souilem, corrispondente per RFI e France 24, è stata bersaglio di colpi d’arma da fuoco dell’esercito israeliano mentre si trovava in Cisgiordania insieme a una troupe di giornalisti palestinesi. L’auto sulla quale viaggiavano era chiaramente identificata con la scritta “Press” e i giornalisti indossavano giubbotti antiproiettile. Nonostante ciò, un colpo – poi rivelatosi di avvertimento – ha colpito in direzione del veicolo, costringendoli alla fuga. L’episodio ha riacceso i riflettori sulle condizioni sempre più rischiose per chi documenta il conflitto israelo-palestinese.
Souilem si trovava in Palestina da tre mesi per realizzare un reportage in tre tappe: una visita a una scuola di giornalismo a Jenin, un’intervista alla famiglia di Ali Samoudi (uno dei più noti giornalisti palestinesi, attualmente detenuto e sopravvissuto a un attacco insieme alla reporter uccisa Shireen Abu Akleh), e un racconto della vita e del lavoro del giornalista palestinese Mohamad Mansour, già ferito da un cecchino nel 2023. Durante le riprese, Mansour viene informato di un’operazione militare nelle vicinanze e si prepara a documentarla, attirando così l’attenzione dei militari israeliani.
La situazione è subito degenerata: l’auto della troupe è stata colpita da un colpo di avvertimento. “Per fortuna oggi non hanno deciso di ucciderci”, ha commentato Mansour. Amira Souilem ha espresso timore e sgomento, ricordando che “l’esercito israeliano ha sparato anche contro diplomatici europei. Non ci sono più limiti”.
L’episodio ha suscitato una forte reazione da parte della società dei giornalisti di RFI e France 24 e del sindacato SNJ-CGT, che hanno denunciato “l’intimidazione inaccettabile” e l’inasprirsi delle aggressioni contro la stampa in Cisgiordania. Entrambe le organizzazioni hanno ribadito che “informare non è un crimine” e chiesto il rispetto del diritto internazionale e la protezione dei giornalisti nelle zone di conflitto.
Souilem, infine, ha lodato il coraggio e la determinazione dei colleghi palestinesi, consapevoli dei rischi ma impegnati a testimoniare la realtà per il loro popolo in un momento storico cruciale.

