Il 16 giugno 2026 la Corte Suprema israeliana ha respinto il ricorso presentato per la scarcerazione del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, detenuto senza accuse formali dal dicembre 2024. Abu Safiya è trattenuto in base alla legge israeliana sui “combattenti illegali”, che consente la detenzione di cittadini stranieri sospettati di appartenere a organizzazioni terroristiche o di aver partecipato, anche indirettamente, ad azioni ostili. La legge prevede che sia le udienze che le sentenze siano coperte da segreto. Ogni sei mesi la detenzione viene rinnovata automaticamente, senza che siano state formulate accuse precise nei suoi confronti.
Solitudine e silenzio dietro le sbarre
Secondo l’avvocato Nasser Odeh, che rappresenta il medico, Abu Safiya è attualmente segregato in isolamento nel carcere di Nafha, nel Neghev, in condizioni durissime e senza ricevere cure mediche adeguate per le sue patologie. Le testimonianze di altri detenuti palestinesi riferiscono di un ambiente in cui il gas lacrimogeno viene rilasciato nei cortili e persino nelle celle, causando soffocamento e bruciori prolungati. L’organizzazione Physicians for Human Rights–Israel ha definito la decisione della Corte Suprema “un profondo fallimento morale e giuridico”, sottolineando come le udienze di revisione della detenzione per i prigionieri di Gaza siano diventate, nella pratica, mere formalità procedurali: centinaia ogni mese, senza che nessuna abbia mai portato a una revoca effettiva dell’ordine di detenzione.
Il simbolo di una resistenza medica
Prima ancora di essere arrestato, Abu Safiya era diventato un simbolo globale della resistenza del personale sanitario di Gaza: aveva perso un figlio, era stato ferito, aveva visto morire molti colleghi e aveva assistito alla distruzione sistematica dell’ospedale che dirigeva a Beit Lahiya, restando comunque al suo posto fino all’ultimo. Da quando si trova in custodia israeliana, sono emersi ripetuti rapporti sul grave deterioramento della sua salute, su una perdita di peso significativa e su abusi da parte delle guardie carcerarie. La sua vicenda ha oltrepassato i confini del conflitto: è stata al centro di una petizione internazionale per l’arresto del ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar durante la sua visita a Londra. Un medico che curava i feriti di guerra si trova oggi a essere lui stesso vittima di una detenzione che il diritto internazionale umanitario fatica a giustificare.
“I segni della tortura sul suo viso”
Durante l’udienza alla Corte Suprema israeliana, Abu Safiya è comparso in video collegamento, ammanettato e con i ceppi ai piedi — che il tribunale ha rifiutato di rimuovere. Visibilmente dimagrito, ha dichiarato attraverso il suo avvocato: “La mia detenzione è ingiusta e arbitraria, chiedo la mia immediata liberazione. Sono un pediatra che fornisce cure mediche ai pazienti, ai feriti e alle persone vulnerabili nella Striscia di Gaza.” Dopo oltre 500 giorni di detenzione senza accuse formali, le immagini trasmesse in aula hanno sconvolto la sua famiglia. Il figlio Ilyas ha dichiarato: “Abbiamo visto i segni della tortura, del dolore e dello sfinimento chiaramente impressi sul suo viso.” L’avvocato Odeh ha riferito che al medico non vengono somministrati i farmaci necessari per le sue patologie croniche, che soffre di forti dolori alla schiena e al collo in seguito a un’aggressione, e che i suoi occhiali gli sono stati confiscati senza essere restituiti. Sulla sue mani sono comparse lesioni cutanee, condizione diffusa tra i detenuti politici palestinesi. ONU, OMS, CICR e decine di organizzazioni per i diritti umani ne chiedono la liberazione immediata.

