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17 May 2026

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[Palestina] Il piano di Blair, voluto da Trump, per il dopo guerra a Gaza

Secondo quanto riportato da The Times of Israel, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha incaricato Tony Blair di coordinare leader regionali e internazionali intorno alla proposta avanzata dall’ex premier britannico per creare un organo transitorio che amministri la Striscia di Gaza dopo la guerra, prima di trasferire la gestione all’Autorità Palestinese (AP). Blair aveva concepito il piano nelle prime fasi del conflitto come soluzione per il “giorno dopo”, ma recentemente la proposta è diventata uno strumento per giungere alla fine della guerra: l’amministrazione Trump ritiene ormai essenziale l’accordo tra i maggiori attori internazionali sul soggetto che dovrà sostituire Hamas e garantire la cessazione delle ostilità e la liberazione degli ostaggi.

La bozza, autenticata da Times of Israel, prevede la creazione della Gaza International Transitional Authority (GITA), che opererebbe sotto la supervisione del Consiglio di Sicurezza ONU come massima autorità politica e legale nella fase di transizione. Il board sarebbe composto da 7-10 membri, inclusi almeno un referente palestinese, funzionari ONU, figure internazionali esperte e una significativa rappresentanza musulmana per legittimare il processo a livello regionale. GITA avrebbe il compito di prendere decisioni vincolanti, approvare leggi, nomine e fornire la direzione strategica, rapportandosi con il Consiglio di Sicurezza e mantenendo stretto coordinamento con l’AP. Il board verrebbe affiancato da una segreteria strategica ed unità di protezione guidata da personale d’élite internazionale e arabo.

Al contrario di precedenti progetti sostenuti da alleati di Netanyahu, che prevedevano la “migrazione volontaria” o lo sfruttamento immobiliare del territorio (“Trump Riviera”), la proposta Blair include una “Property Rights Preservation Unit” per tutelare il diritto di ritorno, precisando che “Gaza è per i Gazawi”, senza piano di spostamento forzato della popolazione. La componente palestinese è centrale sia nella GITA che nel Palestinian Executive Authority (PEA), un organo di tecnocrati incaricato di amministrare Gaza dal punto di vista operativo, con il passaggio di poteri all’AP condizionato a una serie di riforme istituzionali giudicate “non cosmetiche” ma sostanziali; il trasferimento avverrà solo quando l’AP avrà effettivamente dimostrato una capacità gestionale idonea.

Il piano prevede inoltre la costituzione di una “International Stabilization Force” multinazionale, incaricata di assicurare stabilità, protezione delle operazioni umanitarie, sicurezza delle frontiere e sostegno alle forze di polizia locale, nonché di impedire la rinascita di gruppi armati come Hamas, che il processo di transizione mira a disarmare, smobilitare e reintegrare tramite un sistema DDR. Un ruolo di rilievo spetta anche all’investimento economico: viene concepita una “Gaza Investment Promotion and Economic Development Authority” guidata da professionisti del settore per ricostruire Gaza e attrarre capitale.

Dal punto di vista diplomatico, Blair deve raccogliere il consenso di attori chiave come l’Arabia Saudita, essenziale per la ricostruzione e il riconoscimento del nuovo assetto; tuttavia, i partner arabi legano il loro sostegno alla previsione – nel progetto – di un percorso irreversibile verso la nascita dello Stato palestinese, condizione che incontra la resistenza di Netanyahu e della sua coalizione di destra. Gli ostacoli si moltiplicano in seguito a eventi come i divieti di visto USA verso funzionari palestinesi o gli attacchi israeliani contro Hamas a Doha, che rallentano la diplomazia di Blair.

Il reportage sottolinea che, se il piano Blair ha ricevuto appoggio ufficiale degli USA, modifiche e perfezionamenti sono in corso, in funzione dei riscontri degli attori internazionali. La timeline è breve: “Abbiamo giorni, non settimane o mesi”, commenta una fonte coinvolta. Il modello vuole evitare il ritorno di Hamas al potere, affidando la sicurezza a una forza internazionale e avviando il processo di ricostruzione istituzionale, economica e amministrativa sotto il controllo graduale dell’Autorità Palestinese riformata.

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