Nella stretta rete di vicoli del campo profughi di Balata, a Nablus, una scena apparentemente ordinaria rivela molto del clima politico dopo due anni di guerra a Gaza. Un dirigente di Fatah e capo del comitato popolare del campo saluta cordialmente il responsabile locale di Hamas. Nella miseria e nella resilencia di un campo profughi dimenticato dall’Anp e dalla comunità in ternazionale la dialettica politica non è quella raccontata dai nostri media. Le due organizzazioni rivali sin dal 2007 si stringono la mano in pubblico e in favore del pubblico pubblico, “ecco come vanno le cose a Balata, Fatah e Hamas mano nella mano”. Il leader locale di Hamas riappare in strada dopo mesi di clandestinità, sa che il suo movimento ha recuperato popolarità grazie alla tenacia mostrata in guerra e al cessate il fuoco che ha portato alla liberazione di 2.000 prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane.
Balata, campo ostioco alle visite degli stranieri fin dalla seconda intifada è nato nel 1950 con le tende, poi il cemento per i primi piani di case, poi piani succesivi laddovo il perimetro è delimitato ma non le nascite di profughi senza cittadinanza, cemento dove persino l’Amp fatica a entrare. Qui venne Abu Mazen all’indomani dell’elezione post Arafat, la luna di miele durò il battito di un ciglio. Considerato un bastione storico della resistenza a Balata è comune l’accusa all’Anp di collaborare con Israele. Le incursioni israeliane, frequenti in altri campi come Tulkarem o Jenin, qui si fermano ai margini. “Balata è un simbolo”, ripetono i suoi abitanti, “un luogo dove resistere è un dovere”.
“Hamas è più popolare fuori da Gaza che dentro, ha causato sofferenze ma ha anche ottenuto vittorie che nessuno pensava possibili. Dio sia con loro” spiega Ouafa, 57 anni, nata a Gaza ma trasferitasi a Balata quarant’anni fa. La sofferenza di Hamas è la sofferenza compatita del popolo palestinese, anche questo i media italiani faticano a comprendere, faticano a comprendere cioè il patimento dei palestinesi.
Ahmed, 61 anni, venditore ambulante di erbe e padre di sette figli, condivide la stessa fiducia nella lotta: “Nulla cambierà davvero, la guerra riprenderà e Hamas resta la sola risposta per difendere la nostra causa. Qualunque sia il prezzo”. Anche tra i giovani del campo l’ammirazione non è minore. In una bottega di barbiere, M.M., poco più che ventenne, giura di aver rafforzato la propria fede nel movimento durante la guerra: “Hanno tenuto testa a un esercito intero, sostenuto da droni e spie. Hanno dimostrato che la resistenza è possibile”.
Alaa, 16 anni, studente eccellente e aspirante medico, è più cauto ma non distante nel pensiero, “ci sono lati positivi e negativi, e la mia famiglia sostiene il Fatah”, dice sotto lo sguardo vigile di del lovale leader di Fatah, “ma Hamas rappresenta meglio di chiunque altro la resistenza all’oppressione.”
Hamas è più forte che mai, in Cisgiordania e tra i palestinesi sparsi per il mondo. Il problema non è Hamas, il problema è la questione palestinese.

