Le colonie israeliane nei territori palestinesi occupati, illegali per il diritto internazionale, sono ormai molto più di una questione negoziale. Se l’Unione continua a proclamare il proprio sostegno alla soluzione dei due Stati, come la gran parte degli stati membi e dei politici di governo e opposizione degli stati stessi (Tajani, Schlein, Conte, Kallas, Macron, Starmer, Macron, von der Leyen) allora non può più limitarsi a esprimere preoccupazione mentre sul terreno si consolida un progetto di annessione de facto che rende quella stessa soluzione sempre meno praticabile.
Il rapporto annuale del Servizio europeo per l’azione esterna, pubblicato il 17 luglio 2026, lo dice con chiarezza, nel 2025 Israele ha approvato 54 nuove colonie ufficiali in Cisgiordania, escluse Gerusalemme Est, insieme a piani per oltre 63.000 unità abitative. Non siamo davanti a episodi isolati, ma a una strategia strutturale che intreccia insediamenti, confisca di terre, legalizzazione di avamposti, violenza dei coloni e trasformazione degli apparati amministrativi. Il risultato è un territorio sempre più frammentato, con la Cisgiordania spezzata in enclave separate e Gerusalemme Est sempre più isolata. In altre parole: si parla di pace mentre si lavora, concretamente, per renderla impossibile.
Ed è proprio qui che la risposta europea appare insufficiente, timida, quasi rassegnata. Le sanzioni adottate il 28 maggio 2026 contro quattro organizzazioni e tre individui legati agli insediamenti sono un segnale, ma restano un gesto minimo rispetto alla portata del problema. Alcuni Stati membri (Irlanda, Belgio e Paesi Bassi) hanno mosso passi più decisi sul piano nazionale, imponendo limitazioni all’importazione di beni provenienti dagli insediamenti. Ma la frammentazione delle risposte rischia di trasformare ogni iniziativa in un semplice atto simbolico. L’Europa dispone in realtà di strumenti ben più incisivi: l’Accordo di associazione UE-Israele, che all’articolo 2 lega le relazioni bilaterali al rispetto dei diritti umani, consente misure commerciali, restrizioni finanziarie, sanzioni più ampie contro chi finanzia e protegge gli avamposti, e una vera condizionalità politica sui privilegi concessi a Israele. Come ha ricordato Kaja Kallas, il problema non è giuridico: il problema è politico. E finché questa volontà non emergerà con chiarezza, l’Europa continuerà a predicare la pace mentre tollera sul campo ciò che la distrugge.
Ma c’è anche un’altra questione, che spesso viene elusa, la responsabilità palestinese. Nessuna ingiustizia coloniale può essere giustificata dalle divisioni interne palestinesi, e nessuna frammentazione politica spiega o attenua l’occupazione israeliana. Tuttavia, se i palestinesi vogliono trasformare l’attuale fase internazionale in un avanzamento reale, serve una strategia nazionale più forte, più unitaria e più capace di collegare resistenza, diplomazia e mobilitazione. La presenza di oltre 800.000 palestinesi in Europa è un dato politico enorme, ancora troppo poco valorizzato. Si tratta di una comunità che può incidere sull’opinione pubblica, fare pressione sui governi, costruire alleanze e dare sostanza a una causa che ha dalla sua il diritto internazionale e una legittimità storica difficilmente contestabile. La soluzione dei due stati non scalda il cuore di chi vuole pace e uguaglianza e diritto alla cittadinanza universale. Ma se è la panacea dell’intero schieramento politico europeo che questo sia almeno consequenziale alla presemessa. Altrimenti agli atti resterà solo la complicità in un nuovo genocidio.

