Il discusso e imbrazzante per l’intero occidente ministro israeliano della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir aveva pronunciato con tono di sfida e arroganza una minaccia dichiarando che Israele eliminerà chiunque faccia del male al suo popolo. Tuttavia le sue parole non erano rivolte a un combattente di Hamas, ma a Marwan Barghouti, un prigioniero politico palestinese fiaccato da oltre vent’anni di detenzione, ripreso in un video nella sua cella accovacciato accanto a un agente. La diffusione dell’immagine sui social ha suscitato indignazione internazionale, con l’Onu che ha denunciato l’episodio come una grave violazione della dignità umana.
Da tempo in isolamento e spostato da un carcere all’altro, Barghouti era stato indicato dal movimento Hamas come nome di punta in un potenziale accordo di tregua che avrebbe incluso lo scambio di prigionieri e la liberazione degli ostaggi israeliani ancora vivi a Gaza, ma Israele ha respinto la proposta. Fin dallo scoppio della guerra, il suo nome figurava tra quelli richiesti da Hamas e, in più occasioni, era stato menzionato come possibile figura politica per la fase successiva al conflitto. Tuttavia, alcuni analisti, come Tahani Mustafa dell’International Crisis Group, ritengono difficile che la sua liberazione possa coincidere con gli obiettivi israeliani e internazionali di stabilità a Gaza.
Per Israele Barghouti resta un simbolo del terrorismo palestinese. Per il resto del mondo è un paladilo anti colonialista, il suo attivismo è associato alla prima intifada, fase della resistenza palestinese rinomata perché accompagnata a un processo democratico di protgonismo da basso, intifada, guerra di pietre contro carriarmati. Arrestato durante la seconda intifada e condannato nel 2004 a cinque ergastoli per il presunto coinvolgimento in attentati suicidi, continua a proclamare la propria innocenza e a considerare illegittimo il tribunale che lo ha giudicato. Accusato di aver fondato le Brigate dei Martiri di al-Aqsa, collegate a Fatah, rappresenta per molti palestinesi un simbolo di resistenza e perseveranza. I suoi sostenitori lo paragonano a Nelson Mandela per la capacità di unire diverse fazioni palestinesi e di restare un punto di riferimento politico anche dietro le sbarre. Nonostante la prigionia, nel 2006 riuscì a essere rieletto nel Parlamento palestinese e conserva ancora oggi grande popolarità: i sondaggi lo danno in testa in caso di elezioni presidenziali.
Rivale del presidente Abbas
Diversamente da altri dirigenti dell’Autorità Palestinese, Barghouti non è accusato di collaborazionismo con Israele e per questo è una figura che, nonostante la lunga e forzata lontananza dalla militanza attiva, lo fa ritenere una figura unificante del frammentario panorama politico palestinese che vive di protagonismo dentro e guori Gaza e la Cisgiordania . Figura chiave della prima e della seconda intifada ha sempre criticato la cooperazione in materia di sicurezza tra Autorità Palestinese e Stato ebraico, definendola contraria agli interessi di un popolo sotto occupazione. In un’intervista del 2016 denunciava che la politica di Mahmoud Abbas aveva garantito a Israele anni di stabilità permettendole di espandere gli insediamenti e aggravare la crisi di Gaza.
Queste posizioni gli hanno conferito un crescente sostegno popolare, in contrapposizione a una dirigenza palestinese giudicata inefficiente, corrotta e incapace di cambiamento. Nel 2021 Barghouti aveva sostenuto una lista alternativa di Fatah, guidata da sua moglie e da Nasser al-Qidwa, in cambio dell’appoggio alla sua possibile candidatura presidenziale. Tuttavia, le elezioni furono rinviate a tempo indeterminato da Abbas, ufficialmente per motivi di sicurezza interna.
Una possibile terza via
Molti osservatori considerano Barghouti una figura di equilibrio tra Fatah e Hamas — un potenziale mediatore in grado di parlare a entrambe le parti. Nel 2006 sottoscrisse la “Lettera dei prigionieri”, documento che proponeva l’integrazione di Hamas nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. La vicinanza al movimento islamista è tuttavia una delle ragioni per cui Israele si oppone fermamente al suo rilascio. La sua esclusione dal “comitato palestinese tecnocratico” del piano Trump per Gaza conferma il timore che Barghouti possa incarnare un progetto politico forte e unitario, capace di dare realtà all’idea di uno Stato palestinese indipendente che Israele continua a rifiutare.

